di Eleonora Braghetta

In ogni libro di storia che si rispetti, è presente almeno un trafiletto che riguarda Gutenberg e la sua rivoluzionaria invenzione della stampa a caratteri mobili. Gli studenti meno diligenti come la sottoscritta, di solito, lo leggevano senza dargli troppa importanza. Io tutt’al più immaginavo un signore con la barba che cercava di far funzionare una macchina enorme, che sbuffava vapore da ogni parte e faceva un rumore infernale.

Un po’ di tempo fa, spinta dalla necessità di fare una regalo, mi sono ritrovata a vagare per Ferrara alla ricerca di un moderno signor Gutenberg. Dopo alcuni giri a vuoto, ho parcheggiato la mia bicicletta davanti al civico 42 di via Piangipane e sono entrata nella tipografia Centoversuri. Il titolare Nando Stevoli non ha la barba, ma entrare nella sua tipografia è stato come fare un tuffo di testa dentro al 1400. Dopo aver discusso alcune questioni tecniche sono tornata la settimana successiva, pronta a stampare il mio biglietto e a fare due chiacchiere con Nando, immersa tra inchiostro e cassettini pieni zeppi di caratteri mobili.

Il telaio che sarebbe servito per stampare era già pronto accanto alla macchina tipografica. La Heidelberg a stella (questo il suo nome) era già in trepidante attesa di tornare a lavorare: una cinghia ruotava in continuazione e le ampolle con la polvere antiscarto erano piene. “La polvere serve ed evitare che l’inchiostro ancora fresco sbavi sul retro del foglio” mi ha spiegato Nando. “però adesso non distrarti e seguimi, dobbiamo comporre il colore”. In tipografia non sono necessarie molte tinte, i quattro colori fondamentali sono sufficienti per fare tutto: Giallo, Ciano, Magenta, e Nero. Tra una base di rosso, una di giallo ed una punta di nero, Nando mi spiegava come aveva iniziato a lavorare con i caratteri mobili. “Ho imparato da ragazzo, in una scuola di tipografia e grafica a cui mi sono iscritto subito dopo il diploma. Ho lavorato sei anni come dipendente presso una ditta e poi ho deciso di mettermi in proprio. A Ferrara c’era una sola scuola, perciò il lavoro si trovava molto facilmente. Ormai sono quarant’anni che ci sono dentro, ho visto con i miei occhi ogni novità in questo settore. Dai caratteri mobili alla linotype, passando per la litografia ed infine per la stampa digitale”.

Cominciavo ad avere le idee confuse. Ero stata catapultata in un mondo di cui non conoscevo praticamente nulla: Nando ovviamente se n’è accorto subito. “Dopo i caratteri mobili, che sono nati con Gutenberg e sono rimasti la principale tecnica di stampa fino agli anni sessanta, siamo passati alle linotype, che erano macchine prevalentemente in dotazione alle testate giornalistiche. Queste macchine erano azionate da un linotipista, che batteva a macchina i caratteri: mano a mano che venivano scritte le parole, la macchina pescava in magazzino i caratteri attraverso dei bracci meccanici e li fondeva uno con l’altro, fino a creare una riga. Una volta ottenuti i testi fusi riga per riga, il tipografo li prendeva e stampava con stampa tipografica. La figura del linotipista era davvero molto ricercata all’epoca, si trovava lavoro immediatamente. I giornali assumevano di continuo, i tempi di stampa richiedevano che si lavorasse giorno e notte”.

Dalla linotype si passò poi alla litografia, per giungere infine alla stampa digitale. Nella tipografia Centoversuri si possono osservare tutte le tecniche di stampa utilizzate negli ultimi cento anni, non manca nulla. “La macchina più vecchia che vedi è stata prodotta nel 1907, quando ancora i fogli andavano posizionati manualmente. L’ultima volta l’ho utilizzata in occasione dei cent’anni dalla nascita di Michelangelo Antonioni: alcuni organizzatori sono piombati qui chiedendo una locandina che facesse annusare l’atmosfera degli anni sessanta. Hai presente Blow-up? Abbiamo stampato le locandine cercando di riprodurre fedelmente il clima che si respirava all’epoca. La Heidelberg a stella invece è più giovane di cinquant’anni: la tecnologia ha fatto passi da gigante in quel lasso di tempo.

Foto di Giulia Nascimbeni

Mentre Nando parlava, io cominciavo a pensare che i suoi clienti fossero tutti matti come me. Chi altro potrebbe ancora stampare con la stampa a caratteri mobili?I miei clienti cercano qualcosa di diverso dalla solita stampa digitale. Un pittore si è presentato qui chiedendomi di stampare con stampa tipografica e di sporcare ogni foglio con le dita mentre l’inchiostro era ancora fresco, per ottenere quel segno del passato che solo i caratteri mobili gli potevano dare. Non molto tempo fa invece ho lavorato per un liutaio ferrarese. Questo signore aveva cercato in ogni dove una stampa adatta alle sue opere, senza esserne soddisfatto: voleva conferire al lavoro finito un documento di garanzia che avesse determinate caratteristiche. Pochi giorni dopo il nostro incontro mi sono presentato nel suo studio per proporgli una soluzione in stampa tipografica. Lui fu molto felice, quando andai a consegnare il lavoro finito girò la lampada verso il foglio, lo guardò per alcuni secondi e poi disse che era proprio quello che cercava. La soddisfazione, in questi casi, è inspiegabile”.

Il nostro lavoro a quattro mani, nel frattempo, procedeva a gonfie vele. L’inchiostro era stato spalmato sui rulli, che ora giravano senza sosta per uniformare la stesura del colore. Nando avevafatto un paio di prove, controllando minuziosamente ogni copia alla ricerca di una qualsiasi imperfezione. Mentre lavorava, mi spiegava i dettagli del procedimento. “All’epoca, quando il tipografo riteneva che il lavoro fosse fatto bene, presentava una bozza di stampa al cliente. Se gli piaceva, sulla bozza doveva essere data conferma di stampa. Così si poteva produrre la copia definitiva”.

Ok! Visto, piaciuto, si stampi. Mentre scrivevo queste parole mi tremavano leggermente le mani, mi sentivo completamente immersa negli anni cinquanta. Nulla a che vedere con la stampa digitale insomma. “La complessità del lavoro stava nel montare la composizione, ovviamente con i caratteri al contrario per stampare poi correttamente. La stampa tipografica richiede pazienza: a seconda della complessità del lavoro si facevano in media otto o dieci copie, poi si cominciava a stampare. Serviva molta manualità. Il calore che conferisce al lavoro la stampa classica è incomparabile rispetto alla stampa digitale. A mio parere, non c’è più il trasporto emotivo della persona che lavora, che deve stare attenta ad ogni dettaglio. Cercare i caratteri e controllare ogni minima sbavatura sono cose che nessuno fa più. Il termine stesso ‘stampa’ profuma di passato, i grandi incisori e stampatori come Bodoni e Manuzio ci hanno lasciato un’eredità immensa”.

Nando continuava a parlare: io ascoltavo, senza riuscire ad aggiungere una parola. “Il digitale è l’evoluzione ed è una bella evoluzione, ma perde quel fascino antico della tipografia, che invece mostra all’interno del lavoro l’anima dell’uomo. Confrontare la stampa tipografica con la digitale è come paragonare una cassettiera del cinquecento ad un mobile moderno. Il mobile nuovo è più pratico, leggero e funzionale, ma la cassettiera antica ha una storia. Tutti noi abbiamo una storia e se la perdiamo cancelliamo il nostro passato”. 

Ho salutato Nando mentre rimetteva i caratteri al loro posto nei cassettini. Mentre tornavo a casa avevo la sensazione di essere imprigionata in una bolla di sapone. Il traffico dell’ora di punta mi avvolgeva, le persone correvano verso casa. Io nella mia testa continuavo a ripetere: ‘Ok! visto, piaciuto…si stampi!

1 Commento

  1. Zeno Govoni scrive:

    Adoro i vostri racconti, le vostre storie. Bravi !

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