Dylan-Dog-Horror-Luna-Park_3big2Chi tra di voi è un lettore di Dylan Dog ricorderà senz’altro il negozio Safarà, che scompare e riappare, dove Dylan acquista diversi oggetti rari e misteriosi.

Un pomeriggio in cui la nebbia avvolgeva le vie del centro di Ferrara mi trovavo a passare in corso Porta Reno e, guidata dal mio quinto senso e mezzo, decisi di incamminarmi verso la cosiddetta “piazzetta Bartolucci”. Il signor Galeazzo da oltre vent’anni gestisce un piccolo negozio di antiquariato proprio lì, anche se il terremoto del 2012 lo ha costretto a una temporanea chiusura. Mi chiedevo, tra me e me, se per caso avesse riaperto, e avvicinandomi vidi farsi largo tra la nebbia le sue luci. Uno sguardo dentro: collier del 1800, bambole di porcellana, soldatini di piombo.

Galeazzo Bartolucci mi ha accolto con il suo sorriso da bambino e mi ha invitato ad accomodarmi sull’unica seduta disponibile: un vecchio sgabello da pianoforte, di quelli in cui non si poteva ancora regolare l’altezza e sui quali i pianisti dovevano mettere tanti cuscini.

Lo spazio scarseggiava. Nella stanza si concentrano infiniti mondi e tempi, convivono (un po’ stretti a dire il vero) secoli di storia e di storie. Lo sguardo vagava tra gli scaffali e le mensole, si posava sui cassetti ondulati di mobili con intarsi floreali e brocche pugliesi, mentre io mi chiedevo se il pupazzo di Jovanotti e il guerriero giapponese si siano mai parlati, e se abbiano aiutato il cinese con l’auto di latta rimasta in panne esattamente a metà strada tra l’uno e l’altro.

Com’è cominciato tutto?

Quando ero un ragazzino, avevo appena dodici anni, ho cominciato a dare una mano all’antiquario che aveva un negozio dietro al Duomo, dove ora c’è un negozio di stoffe. Una volta gli antiquari avevano di tutto, oggetti di ogni epoca. Il proprietario del negozio mi ha preso in simpatia e ho avuto modo di vedere e toccare tutto. Si divertiva a spiegarmi le cose perché era molto appassionato, e aveva addirittura oggetti egizi, cinesi e giapponesi. Nel Novecento la gente poteva avere di tutto.

Il vecchio negozio di famiglia invece era all’angolo 4S, dove c’è il negozio di musica “Pistelli e Bartolucci”. Speravamo che tenessero anche gli strumenti musicali, perché quel posto sarebbe stato adatto visto che è vicino al conservatorio. Mio padre suonava il violino ma io non suono, e nessun altro in famiglia. Non aveva la pazienza di insegnare a noi.

A un antiquario come arrivano le cose?

Un antiquario le va a cercare, allora infatti molti viaggiavano, oppure raccoglie quello che gli viene offerto dai privati. Però a me la parola antiquario am pias poc: io chiamo antiquario quella persona che va all’estero, compra il capolavoro italiano venduto all’estero nel ‘700 e lo riporta in Italia. Per me oggi di veri antiquari ce ne sono cinque. Per diventarlo adesso basta avere un titolo di studio, oppure, se non si ha un titolo di studio, ti danno un libretto da studiare.  Solo a Parma ci saranno 5mila espositori, si figuri se sono tutti veri antiquari… alla fine sono mercanti. L’antiquariato nasce nel 1700 e gli antiquari erano persone che recuperavano gli oggetti scartati dalle famiglie e li mettevano in vendita: degli strazàri, che salvavano le cose che sarebbero andate distrutte. Nei secoli passati, nel 1800 e nel 1700, gli antiquari compravano oggetti dell’epoca, che erano poi loro contemporanei. Adesso mi fa ridere pensare che quello che compravano allora era il tavolino in plexiglas che compriamo noi oggi da mettere in casa.

La differenza è che adesso tutti possiamo permetterci di comprare i bicchieri di vetro o di ceramica, ma una volta magari solo dieci famiglie potevano permetterselo. Sono oggetti a volte costosi anche oggi, ma erano cari anche allora.

Sono incantata da questo posto, mi sembra un negozio di oggetti magici

Sa cos’è? Questi sono soprattutto oggetti che hanno vissuto. Diverse cose sono anni Cinquanta, ma altre sono più vecchie e raccontano una storia. Io credo che noi lasciamo qualcosa negli oggetti.

Foto di Giulia Paratelli

Ho visto che su molti oggetti ci sono le etichette con la spiegazione, come mai?

Certo, perché si deve essere chiari. In molti non le ho messe perché capita che qualcuno si offenda. Non è solo questione di vendita, ma anche di scambio con chi ti dà un oggetto o vuole comprarlo. Se non fosse così, tanto varrebbe mettere un robot che dice al cliente “questo costa dieci, questo costa venti”. A volte qualcuno vede l’etichetta e dice che quello che c’è scritto non è vero, allora mi dispiace dirgli che in realtà non ha ragione e quindi la tolgo.

Qual è l’oggetto più strano che lei abbia mai avuto, tralasciando il lampione che c’è lì nell’angolo?

Quella lampada dietro di lei è una lampada orientalista francese, un bronzo dipinto a freddo, e rappresenta due arabi che stanno facendo una partita a scacchi. L’orientalismo è durato molto tempo, ma il vero orientalismo francese è durato solo cinque anni e questa lampada ha la particolarità che ci sono due arabi che giocano a scacchi: uno è vestito più elegantemente, sembra molto allegro perché pensa che stia vincendo lui, l’altro è più modesto e più corrucciato. Se si guarda più attentamente la scacchiera, però, quello più modesto qualsiasi mossa faccia dà scacco all’altro. C’è anche la morale in questa lampada: guardando più a fondo nelle cose, si vede che non sempre quello che sembra è la realtà. Comunque, io non scarterei mai niente: se un oggetto mi comunica qualcosa, allora per me ha un valore. Non tanto un valore materiale, quanto un valore intrinseco: vale la pena salvare quella cosa.

A sentirla parlare, lei mi sembra un antiquario nel verso senso della parola.

Io sono un appassionato, non le nego che a volte dar via certe cose mi dispiace. Magari vado in giro, compro qualcosa e poi dico “la metto in vendita” e rimando sempre al giorno dopo, oppure la metto in vetrina sperando che nessuno la veda, e a fine giornata penso “è rimasta invenduta”, e allora la riporto a casa.

Mi interessa che gli oggetti vadano a stare bene. Le faccio un esempio: l’altra mattina al mercatino qui in piazza c’era un signore che vendeva dei soldatini di piombo. Una nonna ha comprato due di questi soldatini al nipote, che avrà avuto sette anni. Lui ha cominciato a giocarci e dopo pochi secondi li ha rotti. Una cosa dei primi del Novecento conservata fino ad ora è andata rotta, mi è dispiaciuto molto.

Da quanto ha riaperto dopo il terremoto?

Da cinque mesi. La parte difficile è stata ritrovare le cose che avevo messo nelle scatole, alcune non so ancora dove siano. Fortunatamente il negozio ha tenuto, mentre il tetto sopra ha subito molti danni. Anche certe chiese sono state pesantemente danneggiate, ed è un peccato: quando una persona viene in Italia, solitamente visita questi edifici. Passando davanti alla chiesa qui vicino una volta ho visto due turisti che aspettavano, continuavano a guardare l’orologio e il cartello con gli orari, allora mi sono avvicinato e gli ho detto che quella chiesa era chiusa a causa dei danni del terremoto, e infatti poi il cartello con gli orari è stato tolto.

Mi piace questa lampada cinese, e qui di fianco c’è una statuetta con l’etichetta “ragazzo che accudisce l’elefantessa con il suo cucciolo”…

Questo ragazzo ha un nome cinese particolare, ma non riesco a trovarlo. Se io trovo l’immagine e trovo il nome me lo annoto ma non lo segno finché non ho trovato più fonti che lo confermano.

Adesso in questa piazzetta ci abitano altre famiglie? Siete parenti?

Ci abitano diverse famiglie, ma non siamo tutti parenti. Alcune hanno abitato qui per tanti anni e poi se ne sono andate… adesso quando ci incontriamo per strada ci riconosciamo a malapena e ci diciamo a vicenda “sei sempre uguale”, ma non è mica vero.

Mi raccontava che una volta le hanno chiesto persino la targa che c’è qui fuori.

È vero, dei turisti mi hanno chiesto di comprare la targa “p.tta privata F.lli Bartolucci” ma io non gliel’ho venduta… insomma, cosa se ne fanno della targa?

Foto di Giulia Paratelli

Quella scatola lassù che cos’è?

Quella è la teca di San Felice Martire, è una scatola con l’esterno in pelle e l’interno lavorato in velluto. Di San Felice ce ne sono sei, ma di San Felice martire ce n’è uno solo. L’ho trovata vicino alla chiesa di San Giorgio: un signore la voleva smontare per fare le copertine di due libri antichi, allora io mi sono avvicinato e gli ho detto che era un peccato usare questa scatola per fare delle copertine, e che avrebbe potuto trovare della pelle anche da altre parti, così lui me l’ha venduta e mentre mi allontanavo diceva tra sé e sé “ben ben…”. Alla fine, comunque, gli ho spiegato io come fare e dove trovare la pelle che gli serviva.

Quando ho aperto il negozio qui, avrei voluto mettere anche un tavolino e due sedie per poter servire il tè o il caffè ai clienti, e ospitare chi voleva sedersi e scambiare due chiacchiere o le proprie opinioni, però mi hanno detto che era complicato e non si poteva fare.

Quanto può valere una cosa del genere?

Il valore degli oggetti è quello che gli diamo noi: pensi alle aste, i quadri salgono di prezzo perché le persone li vogliono, non perché li valgano. In realtà il costo di un oggetto è il prezzo di fabbrica. Quando vado in giro a volte mi dicono “questo costa così”: ma cosa vuol dire? Mi chiedo: è bello? È brutto? Ti comunica qualcosa? Ti serve? Non c’è il valore, il valore non esiste.

Vuole che facciamo un appello ai lettori di Listone Mag, in modo che ci aiutino a trovare il nome del ragazzo cinese?

Certamente, io poi vorrei trovare una medaglietta con l’immagine di San Maurelio, dicono che sia un protettore di Ferrara ma non l’ho mai sentito né trovato. L’ho cercato per mari e per monti.

Signor Bartolucci, per lei è una sfida più grande San Maurelio o il ragazzo cinese?

Il ragazzo cinese, senza ombra di dubbio.

* * *

Abbiamo parlato per ore di tante cose, della sensazione che si prova quando a un mercatino qualcuno prende in mano un oggetto che abbiamo appena posato, di bambole con i vestiti stretti, di piatti turchi che sembrano italiani, del disordine e dell’ordine, di quanto il signor Bartolucci sia indisciplinato quando va in giro e con un entusiasmo invidiabile dice quello che pensa e fa quello che vuole. Di quando scatta le foto con la sua macchina a rullino e spera che siano venute bene, di quella volta in cui la macchina cinese degli anni Cinquanta si è rivelata essere funzionante dopo una rocambolesca caduta, di come gli oggetti parlino con lui e lui parli con loro, dei nomi che sfuggono e dei volti che rimangono impressi. Della bandiera italiana salvata da un destino crudele, di geniali tecniche per copiare a scuola, di quando si faceva fuoco, delle marachelle che sembrano impossibili… “Se tornassi con la mentalità di adesso allora… che bello!”

Potrei raccontare tutto quello che ci siamo detti, ma non sarebbe possibile trasmettere con le parole la sensazione di fiducia e ottimismo che mi ha lasciato una volta uscita dal negozio, sentire il suono del violino che ho udito nella mia testa mentre trotterellavo di nuovo nel presente, verso corso Porta Reno… Entrare nella piazzetta, passare a salutare Galeazzo e scambiare due chiacchiere con lui è il modo migliore per capire tutto questo. Un’atmosfera magica che mi fa ha fatto pensare a Safarà, e ho spesso il timore che anche il negozio del signor Bartolucci possa un giorno scomparire e, chissà, riapparire in una dimensione parallela, magari nella Londra vittoriana.

13 Commenti

  1. Kevin scrive:

    L’ho sempre chiamato Safarà pure io, ma non son mai entrato per la paura di non incontrare Hamlin!

  2. Stefano scrive:

    brava. bell’articolo ma soprattutto davvero una bella storia

  3. giorgia scrive:

    Ricordo la casa del signor Bartolucci…una meraviglia!
    Ero amica di suo sorella Luisa , dolce e bellissima
    Giorgia

  4. Daniele scrive:

    Peccato, ora ha ucciso tutta la famiglia e si è suicidato e tutto questo per lo sfratto esecutivo che stava arrivando.
    Che fine ingloriosa, ora cosa ne sarà del negozio?

  5. Luca C scrive:

    A leggere oggi 4 agosto 2017 è impressionante.

  6. Livio scrive:

    Pazzesco, sembra di vivere un’epoca in cui un Dio folle ha deciso di spazzar via il bello dalla faccia della Terra.

  7. Mari scrive:

    Mi dispiace Signor Galeazzo che dolore deve essere stato perdere il suo mondo incantato di storie e ricordi e scontrarsi negli ultimi anni della sua vita con la freddezza bruttura della realtà di oggi. Deve avere sofferto molto e il.dolore le ha sconvolto la mente. ha voluto portare via con sé tutto il suo mondo inclusi i suoi familiari i suoi affetti più cari. Prego per loro innocenti e prego per lei.

  8. Paolo scrive:

    In questo mondo umano che qualcuno, bastardo, ha deciso di trasformare in bolgia dantesca, persone buone e sensibili vengono irrise e torturate. Lo sghignazzare sadico dei mediocri, delle nullità, che vedono soddisfatta la loro brama di rivincita, impossibile, fa da colonna sonora a questi tempi bestiali. Viva la melma, viva il letame, abbasso i cieli azzurri, abbasso i fiori!

  9. Vittoria scrive:

    Tanta tristezza…un uomo GRANDE e sensibile…amava i suoi oggetti…e non voleva perdere tutta la sua vita! Nessuno l’ha capito e nessuno l’ha aiutato!

  10. Lara scrive:

    Bellissima storia …. mi sembrava di essere lì seduta ad ascoltarlo….. mi dispiace tantissimo che un’uomo a cui piaceva raccontate e raccontarsi non ci sia piu! R.i.p

  11. Giuliana gobbi scrive:

    Un uomini così non doveva fare quelli che a fatto anch’io ho perso una villa a Piacenza procedura 288/2014 e non ho preso un euro ma la vita è un bene primario ed anche il figlio e la moglie perche li ha uccisi cosa c’entravano a me mi hanno detto ognuno vada per la propria strada e nessuno mi ha aiutato ma la vita è una!

  12. Patrizia scrive:

    L’intervista e’ bellissima. Pensare che quest’uomo colto, mite, disinteressato non ci sia più , che tutto il suo mondo sia finito e’ incredibile. Sia lieve la terra a Galeazzo Bartolucci!

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