Vi è mai capitato di dare un’occhiata a qualche vecchia foto di Piazza Trento Trieste? Nell’ultimo secolo ha cambiato molte volte look – e nome – mantenendo una sola costante: il Listone. Ecco, se vi capitasse di guardare una di quelle vecchie immagini in bianco e nero notereste subito qualcosa di particolare, di maestoso e sconosciuto alla maggior parte dei ferraresi nati nel dopoguerra. Anche chi scrive ha provato più volte un senso di disorientamento davanti alle immagini di quel palazzo che oggi non c’è più, distrutto per sempre dalla cieca furia degli uomini e della guerra: il Palazzo della Ragione, sin dal tardo medioevo sede del tribunale cittadino. Insieme alla piazza stessa, sempre brulicante di gente specie nei giorni di mercato, fu per secoli fulcro della vita sociale e… politica ferrarese. Già, perché agli inizi del secolo scorso a farla da padroni sotto le sue maestose arcate gotiche non erano tanto giudici e avvocati, quanto rivoluzionari più o meno di professione, giornalisti spiantati e studenti irrequieti. Erano, per farla breve, gli ospiti fissi di due caffè storici che sorgevano sotto l’antico porticato del palazzo: il Milano e il Napoli. Come due sentinelle piantonavano, rispettivamente a destra e a sinistra, l’entrata del tribunale con ampie distese di tavolini nei mesi estivi e insegne sfavillanti. Della loro atmosfera un po’ bohémien oggi non resterebbe che un vago ricordo e qualche foto ingiallita se, quasi mezzo secolo fa, l’avvocato Giuseppe Longhi non c’avesse scritto sopra un bel libro intitolato “La mia contrada. Cronache di vita ferrarese riflessa dai Caffè, Locande, Taverne, Osterie, Ritrovi” (Grafiche U. Mignani, Bologna 1971, pp. 167), facilmente reperibile presso le biblioteche cittadine. Grazie ai ricordi e agli aneddoti dell’autore proveremo a fare un tuffo nel passato, nell’epoca d’oro di due locali dove si fece davvero, nel bene e nel male, la storia di Ferrara.


Partiamo dal più celebre – e movimentato – dei due, il Caffè Milano. Venne così battezzato sul finire dell’Ottocento, per rendere onore alla città delle «Cinque Giornate». Per diversi anni – ricorda Longhi, che del Milano fu assiduo frequentatore – lo ebbero in gestione i fratelli Pascucci: romagnoli d’origine, anarchici schietti e sanguigni, ma al tempo stesso cortesi, corretti e accoglienti verso tutti i clienti.
Ad essi subentrò, intorno al 1910, il vecchio garibaldino Giuseppe Galottini. Nelle descrizioni dei contemporanei il locale si esauriva in due stanze a piano terra, ampie e poco luminose. La sua posizione era indubbiamente strategica, piantato com’era nel «cuore della città». Negli anni d’oro, non chiudeva mai: dall’alba al tramonto si alternavano ai suoi tavolini personaggi della più varia e chiassosa umanità ferrarese. Primi ad arrivare erano gli ambulanti e gli avventori del mercato cittadino, al mattino padroni indiscussi del Listone, cui seguivano impiegati, postulanti, testimoni e sfaccendati che si attardavano sullo scalone del Palazzo di Giustizia; gli ultimi ad andarsene, a notte ormai fonda, erano sempre i giocatori d’azzardo che si dannavano l’anima in un fumoso ed umido stambugio sul retro del locale.

I clienti più affezionati del Caffè Milano, però, erano soliti farvi tappa nelle ore pomeridiane. Si trattava in genere di studenti, liberi professionisti e artigiani, nonché agitatori politici e sindacali dai bollenti spiriti. Di fede rigorosamente rivoluzionaria. Tra questi ricordiamo due giovani che grazie al fascismo avrebbero “fatto strada” nella politica nazionale: l’anarco-sindacalista Michele Bianchi e il repubblicano Italo Balbo. A loro e ai loro turbolenti compagni erano sempre riservati i candidi tavolini in marmo all’ingresso del locale. La sala interna, presentata da Longhi come  «disadorna, umida, malamente illuminata da una finestra che si apriva sul cortile interno del Palazzo della Ragione», era invece il regno indiscusso di un’altra tipologia di cliente medio del Caffé: il giornalista. O meglio, i giornalisti. Corrispondenti delle principali testate locali e nazionali, in questo «laboratorio» ricolmo di scartoffie davano corpo ogni sera ai loro corposi «pastoni», infarciti con le più svariate notizie di cronaca raccolte durante la giornata. Poi, allo scoccare della cosiddetta «ora fissa», partiva la corsa al telefono per dettare gli articoli più urgenti alle redazioni, mentre il resto del lavoro veniva recapitato a destinazione col mitico «fuori sacco» postale.

Parlando del Milano Longhi non manca di citare diversi anedotti legati a un giornalismo d’altri tempi, che le notizie andava a procacciarsele davvero nei posti più impensabili, anche tra un caffè e una partita a carte. Per i corrispondenti del Corsera come della Gazzetta Ferrarese, dell’Avvenire come de La Provincia, dell’Avanti! come della Scintilla, il Caffè Milano era indubbiamente uno di questi posti. Lo era stato negli anni caldi delle lotte bracciantili a inizio Novecento, quando ai suoi tavoli sedevano i capipopolo del sindacalismo rivoluzionario ferrarese, e lo divenne ancor più nei convulsi mesi che precedettero la partecipazione dell’Italia alla Grande Guerra. Nell’inverno-primavera del 1915, infatti, il Caffè Milano è ufficialmente il quartier generale degli interventisti ferraresi di fede democratica e repubblicana. Tra loro c’era anche il giovane Nello Quilici, più tardi direttore del Corriere Padano e della Rivista di Ferrara. Proprio su quest’ultima, in un articolo del maggio 1935, il giornalista ricorda così l’atmosfera che in quei giorni si respirava “ai tavoli del piccolo caffé quasi buio, dai soffitti bassi, dai poveri mobilucci dozzinali”: «Erano – scrive Quilici – discussioni appassionate, rumorose, veementi, interrotte da una corsa in piazza, dove le zuffe con i neutralisti si moltiplicavano, o dall’arrivo di qualche amico dalla capitale e dalla lettura febbrile dei quotidiani di Roma e Milano». Furono questi gli ultimi bagliori del Milano che, passata la bufera bellica, si sarebbe avviato a un lento declino «anestetizzato» dai rigori censorii della dittatura fascista. A metà degli anni ’30 sarà lo stesso Quilici a descriverlo malinconicamente ormai «deserto e ignaro di tanto chiasso e di tanta passione lontana».

Spostiamo ora la nostra attenzione pochi passi più in là, ovvero sul lato sinistro dell’antico porticato, dove sorgeva il Caffè Napoli. Era in tutti i sensi, ricorda sempre Longhi, l’esatto opposto del Milano: un ritrovo «tranquillo» e «risposante», dove i clienti potevano finalmente «stendere i nervi sui divani ricoperti di velluto rosso, addossati alle pareti delle sale» adorne di specchi, dopo una dura giornata di lavoro. Tutti erano serviti con massima cura da eleganti camerieri in abito nero. Sotto lo sguardo attento e bonario dei proprietari: i fratelli Giusti, romagnoli generosi e di schiette simpatie internazionaliste che rilevarono la gestione del locale nel 1900. Anche il profilo  della clientela era diversa rispetto ai canoni del vicino Caffè Milano: poche le teste calde, e decisamente più «riformista» il profilo dei politici che vi facevano tappa. Tra questi figurano importanti notabili del vecchio partito radicale, la democrazia garibaldina e post-risorgimentale, guidato in città dal marchese Ercole Mosti. E poi c’erano i socialisti fedeli al riformismo di Filippo Turati che, scrive Longhi, «voltavano le spalle al Caffè Milano per non scontrarsi con i sindacalisti (rivoluzionari, ndr), per evitare discussioni ed anche aggressioni sia pure verbali». Aggressioni che sarebbero dilagate, qualche anno dopo, nella violenza interventista e squadrista.

Tra gli ospiti celebri del Napoli possiamo dunque ricordare i nomi di Bruno Buozzi e Gaetano Zirardini: il primo, operaio pontesano e dirigente nazionale della Fiom, figura con Giuseppe Di Vittorio tra i rifondatori della Cgil nel dopoguerra; il secondo, animatore delle prime leghe bracciantili nel ravennate e nel ferrarese, neutralista convinto, fu a lungo segretario della federazione provinciale del Psi. Insieme a loro, sedeva spesso ai tavoli del Caffè Napoli la maestra Alda Costa, indimenticata animatrice dell’antifascismo ferrarese di cui proprio quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della morte, avvenuta il 30 aprile 1944 nelle carceri di Copparo. Ma tra i rossi divanetti del Napoli non si aggiravano solo onorevoli, propagandisti e organizzatori sindacali, c’era posto davvero per tutti. Anche per lo squattrinato scaranar del Duomo, che faceva giornata affittando per un soldo le sedie ai fedeli, e per le signore della media borghesia cittadina che, annota maliziosamente Longhi, vi facevano «salotto» nelle ore pomeridiane parlando rigorosamente male… del prossimo. Vecchie abitudini dure a morire, più dure anche delle gloriose insegne del Napoli e del Milano divorate per sempre dalle fiamme all’alba del 24 aprile 1945.

4 Commenti

  1. Mila scrive:

    Ciao sono la nipote di Giuseppe Longhi e mi fa piacere sapere che ancora oggi mio nonno è “vivo”.

  2. Micaela De Marco scrive:

    Salve, dopo aver letto questo articolo, ho chiesto ad un’amica che abita a Ferrara di provare a vedere se era possibile richiedere in prestito il libro di Giuseppe Longhi “La mia contrada. Cronache di vita ferrarese riflessa dai Caffè, Locande, Taverne, Osterie, Ritrovi” (Grafiche U. Mignani, Bologna 1971, pp. 167); ma per quanto fosse stato scritto che era facilmente reperibile presso le biblioteche cittadine, all’Ariostea hanno detto di non averlo. Potete darmi informazioni più precise, mi piacerebbe veramente leggerlo. Grazie in anticipo, Micaela

  3. Maria Benini scrive:

    Ciao
    Nel 2014 e morto Mio caro padre Edelweiss Benini …sto cerchando fotografie di Ferrara nei tempi quando Lui lavorava a Ferrara….e venuto a Stoccolma Svezia nel 1951 e ci e rimasto tutta la vita. Io sono quindi meta frares meta svedes
    Cordiali saluti da
    Anna Maria Benini
    Stoccolma Svezia

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