INTRO: Cos’è POLIS SPORTIVA?

In collaborazione con Enrico Frabetti

Il vocabolario online Treccani definisce il rombo come ‘rumore forte e profondo, per lo più di breve durata’. Come primo esempio, a conforto dell’enunciato, indica ‘il rombo del tuono’. Un’immagine, evocativa di temporali o di epiche battaglie, che ha presto trovato asilo nell’ambito sportivo. Pare sia stato il giornalista Gianni Brera a pescare l’espressione da una sorta di frasario meteorologico profano e a utilizzarla per sintetizzare le qualità tecniche e fisiche di Gigi Riva. Sul suo sinistro, devastante in area di rigore, l’epiteto sembrava calzare a pennello. Per talento, tenacia e potenza. Un concentrato micidiale esemplificato dal gol in rovesciata al Vicenza, che anche i più giovani possono osservare su YouTube. In un gioco di rimandi concettuali, il nome dell’attaccante più prolifico della Nazionale è associato quasi direttamente alla città di Cagliari. Come la prossima avversaria spallina. Pronunci Cagliari e pensi a ‘Rombo di tuono’. Perché Gigi Riva è un simbolo calcistico dell’isola, oltre che della penisola. È presente nella Top 11 dei rossoblù più forti di sempre e, probabilmente, non manca neppure nella formazione ideale di ogni tifoso azzurro.

Visto dall’alto, il terreno di gioco è uno spazio dove predomina la simmetria. La zona di presidio della difesa è incastonata da due rettangoli. Quello più grande, che disegna l’area di rigore, dà il senso della demarcazione. Ricorda a chi ci si avventa la presenza degli inevitabili baluardi. E traccia i confini entro i quali il portiere eserciterà la sua maggiore libertà. Quella di controllare ogni azione da un posto privilegiato. Quella di dettare obblighi ai compagni. Quella di spezzare con le mani le trame di gioco rivali. E poi c’è l’area piccola. Il riferimento più importante dell’estremo difensore. Chiamato a proteggerla come fosse un’ultima spiaggia. Ecco, continuando a vedere il campo da una prospettiva superiore, quelle linee bianche su fondo verde trasmettono quasi un senso di armonia.

Provate adesso a immaginare un rombo di tuono che irrompe in un luogo di quiete. L’epica sfida fra l’attacco e la difesa, sospinti ciascuno dalla propria energia. È da questo conflitto in scala ridotta fra chaos e kosmos, che ci siamo mossi per avvicinarci alla sfida fra Spal e Cagliari. E al nome evocativo di Riva che la squadra sarda inevitabilmente richiama. Chiedendo consigli a Saul Malatrasi (http://www.listonemag.it/2015/12/29/i-ricordi-di-saul-malatrasi-il-grande-difensore-della-spal/), un uomo che l’ordine, in quella porzione di campo davanti alla porta, ha sempre cercato di mantenerlo. «Al calcio devo tutta la mia vita», ci ha ricordato fra un aneddoto e un bicchiere di vino, mentre la telecronaca di Shakhtar Donetsk-Napoli si diluiva nell’orizzonte di un televisore.

Diversi, i ruoli ricoperti nella retroguardia delle squadre per cui ha giocato. Saul ha infatti vestito i colori della Spal, ma anche di Fiorentina, Roma, Inter e Milan. In tre occasioni, anche l’esperienza di indossare la maglia della Nazionale. «Ricordo un paio di amichevoli che abbiamo giocato in Messico, a distanza di pochi giorni», racconta. In quella selezione del 1969, c’erano nomi del calibro di Zoff, Burgnich, Facchetti, Domenghini, Rivera, Anastasi, De Sisti. Anche Gigi Riva, in quel caso compagno di squadra di Saul. A differenza di tantissime altre partite. «Era difficile marcarlo – spiega l’ex difensore biancazzurro – pur sapendo che si girava dalla stessa parte e calciava di sinistro. Lui riusciva ad andar via di forza senza commettere fallo. Un attaccante che, per certi versi, assomigliava a Pierino Prati, che era ambidestro. Entrambi erano bravi ad aggirarti senza farti fallo».

Il Napoli accorcia le distanze su rigore e Malatrasi, con i suoi racconti, accorcia quelle con le partite della sua generazione. Che non ha conosciuto sul campo il sistema Var, «uno strumento che rischia di deresponsabilizzare l’arbitro», e che chiamava gli esterni «ala tornante e terzino fluidificante». Ma se a cambiare con gli anni è il lessico dei giornalisti sportivi, quello che non muta sono due elementi che per Saul rimangono imprescindibili in un giocatore, «la concentrazione e l’umiltà». Irrinunciabile chiedergli un commento sulla Spal di questa stagione in serie A, dopo un’assenza di quasi mezzo secolo. «Una squadra che giocava troppo bene già dallo scorso anno. Solo le grandi hanno questa tranquillità, costruendo un’azione che parte dalla difesa», risponde. E a proposito di difesa, il suo reparto di competenza, per quanto abbia giocato per un periodo anche nella linea mediana del campo, non esita a sottolineare che «la qualità di un difensore è di sapere leggere l’azione, di fiutare dovrà andrà a finire la palla, e di intervenire in anticipo». Come nel caso di Gaetano Scirea, «elegante nello spazzare la palla dall’area di rigore».

Una contesa infinita, quella fra attaccanti e difensori. Ciascuno alle prese con la vigilia di una gara importante prima che lo scontro riprenda. E con il proprio personale modo di stemperare la tensione. Davanti all’abitudine delle società di mandare i calciatori al cinema, per esempio, Saul ammette che «non riuscivo a stare seduto in platea per oltre una quarantina di minuti».

La partita di Champions si conclude e, malgrado il risultato, le parole di stima sono per l’allenatore del Napoli e per l’impianto di gioco della sua squadra. Ritornano i concetti richiamati in precedenza, umiltà e concentrazione. Come a ritornare è l’energia che muove i protagonisti di ogni partita. Dalla difesa all’attacco. E per ogni tuono che tenterà d’irrompere nell’area avversaria, ci sarà un muro che proverà a neutralizzarlo.

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