Passano gli anni ma il cartello che indichi, in quel preciso e strategico punto in cui sarebbe necessario, dove girare per il palazzo Schifanoia, non appare. Ciò non toglie che alla fine, destreggiandosi con cartine alla mano e chiedendo ai passanti, i turisti arrivino comunque alla meta. E portino poi con sè la memoria di quei personaggi ritratti negli affreschi, racconti di un’epoca spettacolare.
Sicuramente familiari per tutti i ferraresi sono in particolar modo i volti dipinti da Francesco del Cossa negli incantevoli intrecci amorosi o nei gruppi di cortigiani attorno al Duca.
Talvolta mi capita di incrociare per strada qualche fanciulla che pare essere uscita dal mese di Marzo o Aprile e la sovrappongo, in una visione di un attimo, ad una figura dipinta: una tessitrice o una Dea? Aveva un liuto in mano? Chissà.
Una volta, in un viaggio in treno, sono rimasta seduta per diverse ore davanti a… Borso d’Este.  Ho guardato così a lungo quel signore così incredibilmente uguale al nostro Duca che alla fine del viaggio gli ho dovuto confidare questa sua singolare somiglianza e ricordo la sua ilarità e lo stupore nell’apprenderlo.
Ho sempre sognato una regia del nostro Palio che possa immaginare una straordinaria ricerca per immagini, ossia il ritrovare nel mondo reale chi per curioso gioco del destino assomiglia davvero ai protagonisti del nostro magnifico ciclo pittorico.

Lo studio da parte delle Contrade nella ricostruzione dei costumi e delle rievocazioni sceniche si è negli anni sempre più affinato, con attenzione e rigore storico, attento a superare il severo controllo della commissione giudicatrice che assegna i premi ai migliori corteo dei figuranti e rappresentazione coreografica. Quest’ultimo dedicato a Nives Casati, che riferendosi gli affreschi di Schifanoia disegnò per prima i costumi del Palio, rinato nel 1933 dopo secoli di oblio.
Chi ha vissuto i preparativi frementi che ogni anno anticipano le gare del mese di maggio sa con quale attenzione ogni abito e copricapo vengano vagliati: non passano all’esame anche piccoli elementi che non siano compatibili con l’epoca rinascimentale. Occhielli, stoffe, bottoni, passamanerie, calzature, ogni dettaglio deve essere perfetto. E naturalmente anche le complesse acconciature femminili.

E qui avviene un piccolo paradosso. Talmente evidente da non essere nemmeno più visibile, un poco come avviene per la Loggia dei Merciai del nostro Duomo, di cui a fatica si nota l’assurdità di essere una fila di negozi incorporata in una cattedrale.
Nella ricostruzione degli anni ’30 del Palio degli Estensi questo paradosso non esisteva, era tutto congruente, non si era posto nemmeno il dubbio, evidentemente.
Non rimangono molte testimonianze fotografiche di quelle manifestazioni, ma oltre ad alcune trovate in rete ne conservo altre negli album di famiglia, in cui appare il mio papà ragazzino con la bandiera in mano. Scattate dal mio nonno paterno, vi sono anche vedute di altri momenti della sfilata, delle gare in una Piazza Ariostea irriconoscibile o davanti al Borgo di San Giorgio.
In tutte queste immagini è ben evidente che non solo le figure femminili, ma anche quelle maschili rispecchiavano la moda rinascimentale, non solo negli abiti ma pure nelle acconciature: soltanto i putti che dovevano gareggiare per il Palio di San Romano non indossavano parrucche (che sarebbero certamente volate nella foga della corsa), ma tutti gli altri sì. Dai copricapi del Duca, degli ambasciatori, dei dottori, dei nobili e dei popolani uscivano le chiome, che coprivano le orecchie con morbide volute, così come i pittori della Officina ferrarese ci hanno raccontato con dovizia di particolari.
Mentre nella attuale rievocazione storica i figuranti maschili sfoggiano corti tagli di capelli, del tutto contemporanei e in evidente dissonanza con il resto della mise-en-scène.

Courtesy Flavia Franceschini

Non è dato sapere perché, a quasi mezzo secolo dalla rinnovata tradizione del Palio di Ferrara, nessuna Contrada abbia avuto finora l’ardire di aggiungere capigliatura ai suoi figuranti del sesso forte. Forse per il timore di femminilizzarli troppo, dopo il gonnellino e le calzamaglie? O che un paio di boccoli aggiunga peso al faticoso fardello di indossare stoicamente ricchi drappeggi di stoffe sotto il solleone di fine maggio? Le damigelle sopportano con eleganza l’una e l’altra cosa. Chissà, il mistero rimane.
Finché una Contrada oserà fare per prima questo audace salto, per poi essere di certo seguita da tutte le altre…

Courtesy Flavia Franceschini

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