Immaginate di avere delle forbici in grado di tagliare una fessura nel tempo. Stendete lo spazio che intercorre tra il passato e il futuro e infilatevi dentro. Quando vi sarete messi comodi potrete osservare fuori. Compratevi dei popcorn se volete. Per gli occhiali 3D non preoccupatevi, non ne avrete bisogno per godervi lo spettacolo.

Mi raccomando, mentre tutto all’esterno cambia lentamente, voi rimanete nel vostro nido. Siete testimoni di un evento importante. Un ragazzino ha gettato un sasso in uno stagno e la pietra suscita onde concentriche che si allargano sulla superfice dell’acqua. Si allargano, si allontanano, diventano più grandi e infine spariscono. Il cambiamento è iniziato. E voi avete la fortuna di vederne l’inizio, la crescita, e la conclusione, che tale però non sarà, costituendo solo un altro passo per qualcosa che ancora non conoscete. Sarete in grado di ricordare più nitidamente di altri i gesti dei signori dai cappelli scuri, che con la mano sfiorano la falda per salutarvi, la lunghezza delle gonne delle giovani donne che col passare degli anni diventano più corte, i loro sorrisi e le risate ovattate, i negozi che chiudono, i negozi nuovi che hanno deciso di aprire baciando le braccia della città, affollate di passanti curiosi la domenica pomeriggio.

In via del Turco questa fessura esiste ed è una creperia. È lì da sempre, leggermente nascosta, di fronte a quello che una volta era uno storico cinema, l’ex Ristori. Anche il cinema è un altro protagonista di questo racconto, una delle onde che sull’acqua si è allargata fino a sparire, a chiudere. Ora sta diventando qualcos’altro. Un fabbricato di pregio, forse: venti unità immobiliari residenziali con pertinenze e tre di tipo commerciale, non sono sicuro, tutte opere indirizzate a riqualificare la zona. Ci sono ancora i lavori, proseguono.

Quando arrivo davanti la creperia aspetto che la titolare sia pronta e mi improvviso pensionato, guardo le operazioni di rinnovo. Non me ne abbia male chi si sente chiamato in causa da questa categorizzazione, di solito vedo soprattutto persone anziane di fronte ai cantieri. Sono forse anche io vittima dei pregiudizi della mia generazione.

Dentro il negozio Sara Bartolini sta cucinando per una piccola fila di clienti, soprattutto ragazzi e ragazzine. Dentro c’è anche Paolo Fabbri (no, non il sindacalista e antifascista italiano), marito di Sara che ora lavora con lei come collaboratore familiare. Lui è più giovane di lei e molto loquace. Lei sembra più timida, ha un bel sorriso.

La seconda volta che li vedo scopro che hanno un cane meraviglioso a cui non piace troppo stare fuori. Può entrare nel negozio, anche perché molto educato. All’entrata c’è anche una ciotola per lui e i vostri amici a quattro zampe, nel caso abbiano sete.

Visiterò due volte la creperia prima di scrivere questo pezzo. Non mi dispiace, è accogliente.

Foto di Giulia Paratelli

Sara è spesso, quasi sempre, ad Argenta, dove si occupa di un altro negozio, un’altra creperia. Invece Paolo si preoccupa soprattutto dell’esercizio in via del Turco, insieme a due dipendenti, che fanno a turno. Alla mia ultima visita, conoscerò una delle due, Roberta Cariani, che ha lavorato presso il negozio anche quando apparteneva alla precedente titolare. Iniziò negli anni Novanta, per poi concedersi una pausa nel ‘96 e ritornare nuovamente al suo antico posto due anni fa. È anche lei una testimone importante di questa particolare finestra del tempo. Mi dirà che al suo ritorno troverà invariata anche la disposizione degli ingredienti in cucina. Squadra che vince non si cambia.

La fila di clienti si è diradata. Alcuni hanno terminato il loro dolce pasto ai tavoli di cortesia, altri si sono allontanati con le loro crepes in mano chiacchierando tra di loro. Posso entrare senza dare troppo fastidio.

Il negozio è intimo, non molto grande. Scoprirò che è una delle poche critiche che l’attività riceve su TripAdvisor, e forse ingiustamente essendo un esercizio da asporto. È molto accogliente, ma credo sia merito soprattutto di Sara e Paolo che mi mettono a mio agio.

L’ambiente è decisamente retrò. Le piastrelle al muro sono di colore giallo, nero, e bianco. Sono i colori di Listone Mag, penso. Il banco per cucinare abbraccia quasi tutta la stanza. Attorno qualche tavolino. Sopra, in alto, lastre di vetro riflettenti osservano tutto. «Sono difficili da tenere pulite» è la prima cosa che mi dicono. Forse pensano abbia notato qualche imperfezione, eppure il negozio mi sembra limpido in ogni angolo, specchi compresi.

Ci sediamo in uno dei tavolini più in fondo al negozio. Verremo interrotti qualche volta da alcuni giovani consumatori e mi ritroverò a parlare con Sara e Paolo separatamente. Mentre uno di loro è al banco io intervisto l’altro. Quando è il turno di Paolo, Sara al banco, allunga il collo e le orecchie.

L’attività è stata aperta più di trent’anni fa. È nata in via Montebello, ad angolo con corso della Giovecca, nel novembre del ‘83, dove è rimasta fino al giugno del ‘85 per poi trasferirsi in via del Turco. Ha avuto due genitori, Sara è il secondo. Ha frequentato l’istituto alberghiero e ha cominciato come dipendente presso la vecchia gestione. É diventata titolare nel 2002, dopo aver imparato velocemente i trucchi del mestiere ed essersi appassionata, «nonostante non fossi molto brava in cucina» ammette in un eccesso di pudore.

Del negozio Sara ha rinnovato solo il menù, lasciando invariato tutto il resto, che ora comprende diverse crepes, sia dolci che salate, e pancake. Sono stati aggiunti dei pannelli al muro dove sono scritti gli abbinamenti da preferire. C’è l’imbarazzo della scelta. La gigantesca lista è in tinta con i colori del locale.

Le difficoltà di gestione del posto sono quelle proprie di ogni attività. Essendo un negozio che ha a che fare con il cibo, e quindi con la salute delle persone, sono ancora di più. Eppure Sara afferma che non ha avuto grandi problemi. Una volta trasferitasi in via del Turco conosceva già la clientela, che si era quindi affezionata, e aveva imparato bene il mestiere.

«Siamo contenti di essere qui» mi dice «anche se defilati, un po’nascosti, perché molte persone ormai ci conoscono, e soprattutto tornano volentieri. C’è stato un ampio passaparola che ci ha permesso di crescere. È una cosa molto importante, bella. Ciò ci ha permesso di rimanere aperti fino ad oggi».

Paolo aggiunge: «Vedi, la crepe è un alimento abbastanza inutile, come il gelato. Non è un bene di prima necessità. Quindi la compri per concederti un lusso, qualcosa di speciale. E tale deve essere, qualcosa di peculiare, e soprattutto deve essere buona. Altrimenti la prendi da un’altra parte, o ne fai proprio a meno».

Intanto mentre il negozio misura la sua età attraverso un orologio speciale, molte cose fuori sono cambiate comportando una modifica anche nelle abitudini della creperia. Sono variati gli orari di apertura, soprattutto, in base alle attività di cui la città ama e amava spesso vestirsi.

Paolo è molto sorpreso di come molti ragazzi si rechino a Ferrara durante il festival di Internazionale. Pensa sia notevole l’interessamento per questo tipo di evento, soprattutto da parte delle persone più giovani. C’è molta gente anche durante i Buskers, ovviamente, ma fa meno stupore. Entrambi sono eventi importanti che rendono questa città più florida e permettono a chi ha un negozio di vendere qualcosa in più. «Ora non c’è più il mercoledì universitario, sicuramente portava moltissime persone, tutte concentrate in una sera. La clientela non si è ridotta da allora, ma si è distribuita durante tutta la settimana».

Il mercoledì universitario era un altro evento tipico della nostra città che poi è stato abbandonato. Lo ricordo anche io. Ora la piazza si riempie soprattutto in estate, quando la creperia ha un calo naturale di clienti legato al prodotto che vende, tipicamente invernale (nonostante forse ci sia chi non rinuncia ad una buona crepe in tutti i giorni dell’anno).

Roberta mi dice un po’ stupita che ha conosciuto due coppie diverse che venivano da Faenza e l’altra da Modena solo per l’aperitivo ferrarese. Non ricorda particolari disordini davanti al negozio che le abbiano dato grane, tranne una volta, mentre stava per chiudere, due o tre ragazzi che avevano deciso di litigare. Ha chiamato i carabinieri.  A parte quindi un po’ di confusione, ovvero un vociare più sostenuto, quando era aperta una piccola birreria che vendeva bevande di fianco, e sempre in bicchieri di plastica, erano molto vigili in questo, nient’altro. Ora c’è un negozio di alimentari.

Sembra che la birreria non portasse clienti in più, anzi. Inizialmente gli affezionati non si sono resi subito conto che il drappello di persone non occupava la creperia e tornavano in un secondo momento, se decidevano di farlo. Poi però si sono abituati. Tutto come prima.

Foto di Giulia Paratelli

Il vicinato probabilmente si lamentava un po’. Ma non è una novità, penso io.

Guardandomi negli occhi mi dice che a volte noi giovani universitari (grazie mille per il giovane) ci dedichiamo troppo spesso ad uno scopo ben preciso che è quello di bere un po’ troppo.

Mi sorride benevola.

Chiedo a Paolo e Sara come far coniugare l’aggregazione all’ordine che a volte una parte di Ferrara vorrebbe prediligere.

Mi risponde Paolo: «È molto semplice. Bisogna capire che cosa vuoi, se il cassetto pieno o la tranquillità. Statisticamente, tanta gente porta anche alcuni problemi. Una percentuale di persone che non si comporta come si dovrebbe. Però bisogna fare in modo che incontrarsi sia possibile, soprattutto in periodi come questo dove l’aggregazione si sta perdendo, o è più difficile. È qualcosa di fondamentale, a mio parere. Ovviamente bisogna collaborare tutti affinché avvenga in modo sano, non impedirla».

E andando più indietro nel tempo?

«Immagina un cinema aperto qui davanti…» mi ribadisce Roberta «una lunga fila di persone che si recava a guardare un film al pomeriggio. Famiglie, coppie. Ovviamente la via era piena di vita. E c’erano molti negozi aperti che non ci sono più. Gioiellerie, negozi di giocattoli… Ora tutto si è decentrato. Sappiamo dove, naturalmente: nei centri commerciali. Le vasche che ognuno di noi si concedeva presso il centro quando spuntava il sole, ora si fanno altrove. O almeno per molte persone è così. Molte attività non hanno resistito. E comunque invito tutti quelli che dicono che a Ferrara non c’è nulla da fare a vivere per un periodo a Siena, dove sono stata quando ho lasciato questo posto. Un mortorio».

Scopro che del Ristori si era pensato in un periodo di farne un parcheggio. Forse ho capito male. Nonostante sia complicatissimo per me trovare un posto auto, quelle rare volte che decido di guidare, non riesco a non vivere tale pensiero come una bestemmia.

Altre cose si sono modificate nel normale corso del tempo. Una volta si leggeva un po’ di più ad esempio, dice Roberta, ma le cose cambiano. E così i modi delle persone, e ovviamente le mode. Modi e mode, penso a due signore di una certa età che si prendono a braccetto e camminano insieme. Passeggiano seguendo la stessa direzione, sempre legate.

La creperia ha accompagnato un’intera generazione nella sua passeggiata.

Esiste una ragazzina che usava entrare a comprare la sua crepe accompagnata dal nonno. Oggi quella ragazzina porta i suoi nipoti nello stesso posto. Ha molti anni in più, e ancora ritorna. Oppure, Paolo ricorda di una coppia che si conobbe proprio sui tavolini di via del Turco. I due giovani si scambiarono i numeri. E oggi sono sposati. Sono piccoli frammenti, storie, della vita quotidiana delle persone legate in qualche modo a questo posto, che forse hanno un aspetto romantico e ci tengono a raccontarmi.

Chiedo se potendo tornare indietro cambierebbero qualcosa del loro lavoro e del locale.  Sara in quel momento è al banco e sembra più attenta del solito alla risposta di Paolo.

«No, mi piace molto qui. Mi piace… mi piace…»

«lo hai ripetuto tre volte» gli faccio notare. Sara sorride divertita.

«Si, si… sto pensando solo al perché» si giustifica.

«Credo che il motivo sia il fatto che è un lavoro molto dinamico, certo devi essere anche predisposto, e soprattutto è meraviglioso entrare in contatto con le persone in un momento bello della loro giornata. Chi entra in negozio generalmente è sempre di buon umore e ben disposto, ed è bello contribuire a rendere piacevole un istante positivo della giornata degli altri… e poi è favoloso poter lavorare con mia moglie».

«Ma se non siamo mai in turno insieme» ribatte Sara.

Risate.

Sara cambierebbe qualcosa del locale. Il gusto retrò ha senso, è bello che tutto sia rimasto com’era un tempo. Anche questo ha un aspetto romantico. Però sarebbe forse ora di rinnovare qualcosa, eliminare “quei dannati specchi che sono difficilissimi da pulire”, e soprattutto servirebbe un locale un po’ più grande. È molto dispiaciuta che una delle critiche più frequenti sia proprio la dimensione ridotta del posto. È una sua preoccupazione costante cercare sempre di venire incontro alle esigenze del pubblico, quando è possibile.

Chissà, forse un giorno questa piccola finestra del tempo si sposterà di nuovo, lascerà via del Turco per affacciarsi da un’altra parte.

Un nuovo punto di vista, solo per osservare di nuovo il tempo che scorre. Anche se spero che al suo interno tutto rimanga uguale. È bello sapere che ci sono posti dove il tempo non riesce ancora a cancellare i ricordi.

Vedremo.

Lascia un commento

Prima di lasciare il tuo commento, ricordati di respirare. Non saranno ospitati negli spazi di discussione termini che non seguano le norme di rispetto e buona educazione. Post con contenuti violenti, scurrili o aggressivi non verranno pubblicati: in fondo, basta un pizzico di buon senso. Grazie.