C’è un cuore che batte nel cuore del quartiere Giardino, a Ferrara. Uno di quei luoghi che non basta vederli: bisogna viverli per capirne appieno l’importanza. Lo stadio comunale “Paolo Mazza” è tutto questo e molto altro ancora. È, ad esempio, uno degli impianti sportivi più longevi d’Italia: venne inaugurato il 20 settembre 1928 con una partita amichevole tra Spal e Modena, derby estense vinto in quell’occasione dai canarini con sommo dispiacere dei tifosi locali. Chissà quanti tra loro avrebbero mai pensato di dover assistere nemmeno vent’anni dopo, sempre su quello stesso campo, a ben altra e più decisiva partita. Siamo nell’immediato dopoguerra, le ferite lasciate dal passaggio del conflitto in città sono ancora aperte ma c’è tanta voglia di tornare a vivere, a gioire, a sognare… e lo sport, il calcio, aiutano a voltare pagina. Ieri come oggi la Spal vola: passa dalla C alla B e poi  sempre più in alto, fino allo storico traguardo della serie A. Ma c’è un problema, lo stadio di via Montegrappa è occupato dalle truppe alleate. Gli atleti spallini lo rivogliono indietro e allora si organizza una partita con una rappresentativa di soldati inglesi: chi vince si tiene lo stadio. Vincono i ferraresi 6 a 0: una battaglia… sportiva che oggi solo i più anziani ricordano mentre tutto il resto è storia nota, legata agli incredibili successi del “mago di campagna” Paolo Mazza.

Non sarà tuttavia la S.P.A.L. il focus di questo articolo e nemmeno il rifacimento dello stadio comunale, di cui si è parlato molto in questi mesi. Però abbiamo voluto raccontarvi lo stesso questo aneddoto perché a nostro avviso c’è un filo che lega il mitico terreno del “Mazza” alla storia secolare del quartiere in cui si trova: l’amore dei ferraresi per la loro città.

Non è retorica, basta guardare una vecchia e celebre mappa di Ferrara per capirlo. Laddove oggi si trova il verde quartiere Giardino, con i suoi ampi viali popolati da eleganti palazzine liberty e anonimi caseggiati popolari, sorgeva minacciosa e austera sino alla metà dell’Ottocento l’imponente Fortezza immortalata dal Bolzoni nelle sue incisioni. Per due secoli e mezzo fu il simbolo concreto e tangibile dell’opprimente dominio della Santa Sede su quella che, un tempo non lontano, era stata la fiorente capitale degli Estensi. Non a caso l’idea di costruire un’imponente opera di fortificazione a sud della città, anzi al margine della città stessa venne concepita proprio da papa Clemente VIII nell’estate del 1598, durante un lungo soggiorno nei territori ferraresi appena “devoluti” a Santa Romana Chiesa dall’ultimo erede illegittimo di Casa Este.

Veduta aerea del quartiere Giardino nel primo dopoguerra, in basso a sinistra l’area dove sorgeva la Fortezza

Obiettivo? Difendere la nuova provincia dello Stato pontificio da qualsiasi nemico, esterno o interno che fosse. Non a caso ben tre dei cinque baluardi che costituivano l’impianto difensivo della cittadella erano rivolti verso il cuore di Ferrara, a perenne monito per la popolazione. La sicurezza per chi è al potere si sa, non ha mai prezzo. A fare le spese di quella scelta “strategica” furono in questo caso gli abitanti di interi quartieri, rasi al suolo per fare posto alla Fortezza. I cardinali legati che governarono Ferrara agli inizi del Seicento, infatti, non esitarono a “spianare” buona parte dell’antico Borgo Superiore, cresciuto in epoca medievale attorno al Castel Tedaldo, ed altre popolose borgate sparse sulle rive del Po vecchio.

Chi fu testimone di quei tristi eventi ha narrato di una distruzione senza eguali precedenti nella storia cittadina:

…a chi non ha veduto, et hora non vede questo povero stato non lo crederebbe, piangerebbe la calamità e la miseria di tante honorate case, et di Gentilhuomini, et di cittadini, la cui miseria è sovenuta alle volte del Cardinalle Collegato con ellemosine et dannari, che si faciono delle compositioni de delinquenti

commentava avvilito il Rondoni (“Cronaca di Ferrara”, XVIII sec.). Altre fonti invece parlano di oltre quattromila edifici atterrati senza alcuna distinzione e sensibilità, abitati a quel tempo «da più di sei milla persone» secondo il Faustini (“Delle Historie di Ferrara”, 1655). Le borgate popolari di S. Giacomo e S. Luca sorte a sud dell’antico Po di Ferrara, ormai interrato, furono ridimensionate: scomparvero i «Casoni de i Contadini, gli habituri de’ Pastori, e li fienili e stalle degli animali», al pari delle sontuose residenze costruite dalla nobiltà ferrarese lungo le antiche rive del fiume per fuggire la calura estiva.

La più celebre di queste fu senza alcuna ombra di dubbio la delizia del Belvedere, che il cardinale legato Pietro Aldobrandini vendette alla Reverenda Camera Apostolica per 15 mila scudi dopo averla ricevuta in eredità dall’ultima duchessa di Ferrara, Lucrezia d’Este: il porporato fiutò l’affare sapendo che proprio su quei terreni il potente zio, Clemente VIII, voleva costruire la nuova fortezza. Ma tra le vittime illustri della furia distruttrice troviamo anche numerose chiese, come quelle dedicate alla Madonna della Grazie o a Sant’Agata, assai care alla devozione popolare, e soprattutto l’antico Castel Tedaldo edificato prima dell’anno Mille, dall’omonimo marchese di Canossa, per controllare i traffici commerciali lungo le rive del Po e divenuto tanto importante nell’economia difensiva della città estense da essere citato persino dall’Ariosto nell’Orlando furioso, al Canto XLIII:

…e già il color cilestro si vedea in oriente venir manco, che votando di fior tutto il canestro, l’Aurora vi facea vermiglio e bianco; quando, lontan scoprendo di Tealdo ambe le rocche, il capo alzò Rinaldo.

Al suo posto sorse in meno di trent’anni una delle più moderne strutture difensive d’Europa. Al progetto della Fortezza lavorarono senza sosta i migliori architetti e maestri di ingegneria militare del tempo, tra cui l’argentano Giovan Battista Aleotti. Iniziati sotto il pontificato di Clemente VIII, e proseguiti con il bene placito del suo successore Paolo V, i lavori alla Fortezza di Ferrara vennero ultimati tra il 1618 ed il 1631. In questi anni, attorno al baluardo di S. Maria, che faceva parte delle vecchie mura volute a sud della città dal duca Alfonso II d’Este, ne sorsero altri quattro (detti di S. Paolo, S. Francesco di Paola, Spinola e Borghese ndr) a completare la pianta pentagonale di una cittadella munita «d’Artiglieria d’ogni genere, Magazeni, Fonderia, con grande Piazza d’Arme, con nobile Chiesa, e Guarnigione, comandata dal suo Castellano». In tutto circa un migliaio di uomini tra soldati, ufficiali, maestranze e addetti al vettovagliamento la cui vita si svolgeva attorno alla Piazza d’Armi dove oggi, per intenderci, sorgono lo stadio e l’acquedotto comunale. Il vasto spiazzo era dominato dall’imponente statua in marmo di papa Paolo V benedicente, opera dello scultore Giovanni Luca Veronese, accanto alla quale sorgeva, non poco distante, il piccolo tempio di S. Maria dell’Annunziata, al cui interno furono sepolti diversi nobiluomini che si erano succeduti al comando della Fortezza.

«In mezzo alla grande spianata esistono ancora soltanto la statua di Paolo V sedente – cionco il naso, monca la destra – la chiesuola, un palazzetto, qualche magazzeno, la porta, il loggiato d’ingresso» Gazzetta Ferrarese, 1924 – Foto tratta dalla pagina Facebook “Ferrara e dintorni in cartolina e fotografia”

La vita dei militari pontifici di stanza a Ferrara fu per lo più pacifica da quel che sappiamo, almeno sino all’arrivo della armate napoleoniche in città nell’estate del 1796. Ma le informazioni al riguardo restano lacunose e frammentarie perché la maggior parte dei documenti conservati negli archivi della Legazione ferrarese sono andati irrimediabilmente perduti durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Sappiamo tuttavia che la Fortezza attirò gli appetiti degli eserciti imperiali durante la guerra di successione spagnola agli inizi del Settecento e che al suo interno era attivo anche un ospedale da campo, mentre i suoi poderosi bastioni “a punta di freccia” erano circondati da una larga fossa che, all’occorrenza, poteva essere allagata dalle acque del Po di Volano «mediante un condotto fattosi a bella posta» ed un ingegnoso sistema di chiuse.

Gli accessi al forte erano muniti di ponti levatoi e protetti da rivellini che schermavano il tiro della artiglierie nemiche. Due erano le porte della Fortezza: a est, verso la città, la magnifica Porta Reale che venne ornata con i marmi recuperati dalla dismessa porta cittadina di S. Pietro nel corso del XVII secolo; a sud, verso la campagna, Porta del Soccorso. Di loro oggi non restano che i disegni preparatori firmati dall’Aleotti e consultabili presso la Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. Dell’intera Fortezza, invece, sono sopravvissuti solamente due bastioni – quelli di S. Paolo e S. Maria – quasi soffocati dalle palazzine cresciute attorno alla stazione durante il boom edilizio degli anni Cinquanta e Sessanta. Più che il tempo furono gli uomini ad essere inclementi verso questo imponente edifizio che, a dispetto d’esser nato come presidio militare, non venne distrutto da eserciti invasori ma dalle nude mani degli stessi cittadini ferraresi.

Quando? All’indomani dell’Unità d’Italia, nell’estate del 1859. Per la verità ci avevano già provato i francesi, durante la breve avventura napoleonica, a sbarazzarsi di quell’ingombrante e ormai desueta presenza. Ma con il ritorno del governo pontificio, nel 1815, la Fortezza venne tirata nuovamente a lustro per ospitare al suo interno le truppe austriache. In via permanente, grazie ad una clausola del Trattato di Vienna. I lavori di restauro e ammodernamento dei bastioni furono eseguiti a spese degli occupanti tant’è che la documentazione e i relativi progetti sono ancor oggi conservati nella “Kartensammlung” del Kriegsarchiv, in Austria: dobbiamo confessare che non ci sarebbe affatto dispiaciuto fare un viaggio a Vienna per buttare un’occhiata di persona, ma ci siamo dovuti accontentare delle eccellenti riproduzioni fotografiche contenute in un volume pubblicato alcuni anni fa grazie al patrocinio del Comune e della Circoscrizione Giardino Arianuova, dal quale abbiamo estrapolato anche la maggior parte delle informazioni storiche contenute in questo articolo. Si tratta del libro “La Fortezza del Papa, Ferrara 1598-1859” (Ed. Liberty House, 1990), reperibile in qualsiasi biblioteca della provincia per chi volesse approfondire meglio l’argomento.

Noi ci limiteremo ad altri pochi cenni sulla fine repentina e ingloriosa di un forte che i contemporanei consideravano da sempre un simbolo di opprimente tirannide, da abbattere non appena fosse stato possibile. Ci provarono già durante i moti rivoluzionari del 1848 e 1849, ma senza successo: Ferrara rischiò di essere addirittura bombardata dagli austriaci rinserrati tra i bastioni della cittadella, e in effetti qualche colpo di cannone cadde tra le attuali vie Garibaldi e Ripagrande senza causare vittime tra la popolazione civile. Lo spavento però fu grande, come grande era ormai l’odio dei ferraresi verso le soldatesche imperiali e l’inefficiente governo dei papi. I lugubri fatti del 1853 convinsero anche i più recalcitranti della necessità di liberare per sempre Ferrara dallo straniero: all’alba del 16 marzo, nella fossa antistante la Porta del Soccorso, gli austriaci fucilarono tre cittadini ferraresi di simpatie mazziniane. Giacomo Succi (possidente), Domenico Malagutti (medico), Luigi Parmeggiani (oste): martiri del Risorgimento italiano. I loro nomi sono incisi nel piccolo obelisco posto dal «popolo reverente» per ricordarne il sacrificio sul baluardo di S. Paolo, in viale IV Novembre, tra i resti dell’antica Fortezza.

Foto di Giulia Nascimbeni, realizzate presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara

Qua, negli anni che precedettero l’unità della penisola sotto la corona sabauda, centinaia di prigionieri politici passarono nelle umide celle ore di angoscia e agonia, scandite dal cupo suono della campana di un orologio il cui martello è ora conservato al Museo del Risorgimento e della Resistenza. Nella teca una scritta recita che «vibrò l’estrema sua ora il 21 giugno 1859 e fu la prima di ai popoli, l’ultima di abominata signoria dei tiranni», accanto si trovano anche le chiavi della Fortezza che furono consegnate quello stesso giorno dal comandante della guarnigione austriaca al conte Gherardo Prosperi, membro della Commissione provvisoria di governo ferrarese. Il Museo espone poi diverse mappe, stampe e altri cimeli provenienti dalla vecchia cittadella, legati principalmente alla memoria del patriota Domenico Malagutti. Sono queste, oggi, le poche tracce sopravvissute alla distruzione della Fortezza fortemente caldeggiata dall’amministrazione e dalla cittadinanza tutta all’indomani della ritirata austriaca, durante la seconda guerra d’indipendenza.

Nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1859, muniti di «torce a vento» e «fanali pensili», alcune decine di muratori aggredirono il forte ormai deserto con scalpelli, picconi, falcioni, mazzette di ferro e ogni quant’altro fosse necessario allo smantellamento. Poi giunsero in città da Bologna tonnellate di polvere da sparo: «Quando partii da Pontelagoscuro – scrisse l’ex delegato pontificio, mons. Pietro Gramicciale mine della Fortezza di Ferrara erano già in esecuzione. Li minatori erano di Massa Carrara, l’ufficiale preposto all’esecuzione un ingegnere modenese ma con divisa piemontese, tutti spediti insieme alle casse di munizioni dal Commissario Farini di Modena». In pochi giorni vennero atterrati e spianati i tre bastioni rivolti verso la città, conservando intatti quelli esterni che vennero successivamente inglobati nella cerchia muraria. Ma ci vollero ben sessantasei mesi per completare l’atterramento del forte le cui rovine, agli inizi del secolo scorto, facevano da contorno ad una vasta prateria incolta destinata sino al 1913 alle esercitazioni militari del vicino Presidio cittadino. «In mezzo alla grande spianata esistono ancora soltanto la statua di Paolo V sedente – cionco il naso, monca la destra – la chiesuola, un palazzetto, qualche magazzeno, la porta, il loggiato d’ingresso»: questo era il desolante panorama della “Spianata” descritto dalla Gazzetta ferrarese in un articolo datato 21 giugno 1924. L’anno seguente sarebbero finalmente iniziati i lavori di riqualificazione edilizia previsti dal “Piano Particolare per l’ex Piazza d’Armi”, rimasti tuttavia incompiuti. Ma questa è un’altra storia… la nostra invece finisce dove l’abbiamo iniziata: nel cuore di quello che oggi è il quartiere Giardino.

Il progetto fotografico di Giulia Nascimbeni racconta come sono oggi i luoghi dove sorgeva la Fortezza e gli oggetti che vi si trovano abbandonati, segno del passaggio di chi vive il quartiere

Facciamo due passi sui bastioni sopravvissuti all’atterramento di fine Ottocento e alle bombe della seconda guerra mondiale, nei pressi della vicina stazione ferroviaria, imbattendoci nella statua marmorea di Paolo V, le cui vicende meritano assolutamente di essere menzionate per concludere degnamente il nostro viaggio alla scoperta dell’antica Fortezza. Sino alla seconda guerra mondiale la statua si trovava ancora là dove la storia l’aveva collocata tre secoli prima: esattamente al centro dell’antica Piazza d’Armi, grossomodo dove oggi si trova la chiesa dell’Addolorata. Solitaria testimonianza del tempo che fu, se ne persero improvvisamente le tracce dopo i bombardamenti che colpirono Ferrara nell’inverno del 1944. Che fine aveva fatto? Il mistero venne risolto nel 1949 quando, leggiamo sulla Gazzetta Padana del 9 aprile, «nel procedere ai lavori di scavo per l’assestamento delle nuove strade che intersecano il rione dell’Acquedotto» alcuni operai la rinvennero a circa due metri di profondità. «Una bomba di grosso calibro era esplosa alla base del noto monumento smantellandone il piedistallo – ipotizzava il cronista – mentre il gigantesco papa cadeva riverso in fondo alla voragine creata dall’esplosione, venendo successivamente interrato a causa di altro bombardamento», probabilmente lo stesso che distrusse per sempre la vicina chiesuola di S. Maria dell’Annunziata. Nel dopoguerra la statua venne collocata nel giardino dell’asilo nido “Gesù Bambino”, in via Castel Tedaldo, e qui rimase sino al 2002 quando l’amministrazione comunale decise di restaurarla e collocarla sui bastioni dell’antica Fortezza.

Oggi possiamo nuovamente ammirarla sull’imponente piedistallo in marmo, un po’ acciaccata dai secoli ma ancora intenta a benedire le sorti di un quartiere che purtroppo sta vivendo un difficile presente di degrado e insicurezza. E chissà che la benedizione papale non sia di aiuto proprio ai nostri amministratori e alle forze dell’ordine da tempo impegnati a restituire un po’ di serenità agli abitanti di questa contrada che certamente merita un futuro all’altezza del suo illustre passato.

4 Commenti

  1. Michele scrive:

    Complimenti, ottimo articolo!
    “Ferrara e dintorni in cartolina e fotografia”.

  2. Suleyka scrive:

    Nel leggere questo spaccato di storia sono ritornata ai ricordi della mia infanzia quando, il mio nonno mi raccontava la storia di Piazza d’Armi. Nato nel 1887 mi ha trasmesso i racconti dei suoi genitori che già abitavano li (oggi C.Isonzo).Lascio a Te l’emozione nel leggerti.Grazie Suleyka

  3. Florio Piva scrive:

    Suleyka, il tuo commento è bello, nostalgico e simile a ciò che io stesso avrei scritto. Ai miei nonni, che abitavano in via Fiume ed io in Via Cassoli,chiedevo perché dicono che noi abitiamo “in tla spianà”, cosa vuol dire “spianà”? Loro mi spiegavano, a rate ma spesso ,il significato di questo nome appioppato alla zona dove abitavamo. Leggere in chiave storica il racconto dei nonni è magnifico. Ho già detto tutto: magnifico. Complimenti sinceri a Davide Nanni.
    Ritengo tu sia la Suleyca che credo, noi ci conosciamo da ragazzi, poi la vita ci ha portato per strade diverse, Ti mando un caro saluto e se vuoi contraccambiarmi mi trovi qui, su Listone o su Facebook

  4. Florio Piva scrive:

    Guardando attentamente la fotografia presa dall’aereo della città nell’immediato dopoguerra, che mostra chiaramente la collocazione della passata Fortezza, si nota che la foto in questione però risale per forza prima della fine degli anni ’30, perché è ancora mancante un palazzo dell’Ente Autonomo in Corso Isonzo, costruito proprio in quel periodo (io abitavo nei pressi e l’ho visto costruire), poi, esistono ancora le due Caserme cosiddette del Papa, nella zona Fortezza, le quali furono distrutte dai bombardamenti nel corso del 1944, ma se non era reperibile altra immagine, va benissimo così. Questo comunque nulla toglie al valore dell’articolo.
    Chiedo scusa per ciò che ho desiderato precisare.

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