Ci sono posti di cui si vorrebbe avere le chiavi, per poterci stare da soli. Posti che, se proprio non si possono godere in esclusiva, si vorrebbe per lo meno fossero aperti al pubblico, per starci dentro assieme a chi c’è, magari senza disturbarsi troppo. L’Oratorio dell’Annunziata, in via Borgo di Sotto, è uno di questi: sarebbe bello trascorrere qualche pomeriggio di silenzio tra i suoi muri freschi, nella penombra del primo piano. Ascoltare in lontananza le automobili arrivare da via Scandiana, oppure le chiacchiere dei passanti che salgono dalla strada. Osservare con calma gli affreschi, pensarli per poi non pensare più niente. Guardarli fino a non vederli più. Distrarsi e concentrarsi.

Purtroppo però l’Oratorio è chiuso da tanti anni, e io che abito a Ferrara dal 2003 ci sono entrata solo due volte. Per questo ho voglia di scriverne: per farlo conoscere a chi non ne ha mai sentito parlare, per incuriosire, nella speranza che possa servire a restituire alla comunità un posto tanto prezioso.

A raccontarmi con dovizia di particolari le vicende complesse che hanno riguardato questo spazio ci ha pensato Alessandro Gulinati. Conosciuto soprattutto per le passeggiate tematiche organizzate sia dentro che fuori le mura estensi, Alessandro è tra i fondatori della ProLoco ferrarese, ed è stato il primo a impegnarsi per ripristinare l’accesso pubblico dell’Oratorio.

La richiesta quando ci incontriamo è ironica e istrionica, assolutamente in linea con il mood dei suoi itinerari guidati: «vorrei che ne uscisse un pezzo umano ma triste, con Gulinati chiuso qua dentro che pensa alla morte», commenta ridendo.

Ma cominciamo dall’inizio: l’Oratorio dell’Annunziata, detto anche della Buona Morte, è stato costruito alla fine del Trecento dalla confraternita dei Battuti Neri, fondata nel 1366, a cui era stato concesso il terreno per edificare un ospedale dedicato agli indigenti e ai pellegrini. Il piano terra, completamente trasformato e utilizzato in tempi recenti dalle suore del vicino Istituto del Sacro Cuore, originariamente era riservato ai degenti. Il primo piano, dove oggi si trova la chiesa dell’Annunziata, serviva come sala assembleare, per le preghiere e le penitenze. La scelta del nome non è casuale: dedicare l’ospedale e l’oratorio all’annunciazione dell’angelo a Maria, e quindi al concepimento di Gesù, serviva a ricordare ai ricoverati il ruolo del Cristo salvatore, e quindi a suggerire la strada del pentimento e dell’espiazione, attraverso la sofferenza.

Foto di Andrea Bighi

«Bisogna ricordare che all’epoca la morte rappresentava un problema sanitario, si moriva per le strade. Via Borgo di Sotto era chiamata la strada della morte per la presenza della confraternita, che tra le varie attività si era specializzata anche nell’assistenza e nel conforto dei condannati alla pena capitale. Di fronte a quello che una volta era l’ospedale si trovava il vicolo dei lacci, dove oggi c’è il sagrato. I lacci erano quelli per l’impiccagione, e vale la pena ricordare che durante la notte di San Giovanni era tradizione bruciare queste corde, per impedire che fossero usate per pratiche di stregoneria. I vestiti dei condannati invece restavano proprietà della confraternita e spulciando negli archivi si possono trovare curiosi litigi tra i Battuti Neri e il boia perché pare scomparissero le scarpe dai cadaveri». Per saperne di più Alessandro consiglia di leggere il saggio “Gente a cui si fa notte innanzi sera”, scritto da Maria Serena Mazzi, docente di storia medievale.

All’interno dell’Oratorio la presenza della confraternita si rintraccia facilmente. Il piano terra è stato completamente trasformato e ammodernato, ma al piano superiore basta alzare lo sguardo al soffitto: ogni cassettone è decorato con quattro teschi. Inoltre dietro l’altare i Battuti Neri sono dipinti in processione sullo sfondo della Resurrezione. Camminano stretti nei loro cappucci scuri, mentre domina il primo piano una delle più comuni e macabre rappresentazioni del tempo: lo scheletro che regge la clessidra.

«Questo posto è come una torta millefoglie, le pareti conservano strati su strati. Vedi quelle decorazioni in alto? C’è una fascia più cupa e notturna, solo in bianco e nero, ma si può vedere anche quella più vivace, con i festoni pieni di fiori e frutti. I dipinti del Trecento furono quasi completamente coperti nel Seicento. La Resurrezione dietro all’altare è stata scoperta nel 1836, quando venne spostato l’altare monumentale che per secoli l’aveva nascosta e protetta. Risale al 1410 circa, la data è semicancellata. In passato l’opera è stata attribuita alla scuola di Pisanello ma nel 2000 un’operazione di restauro ha scartato questa ipotesi, perché il maestro è stato attivo a Ferrara tra il 1430 e il 1440, non prima. La composizione della scena è simile a quella utilizzata da Piero della Francesca a Sansepolcro, che è del 1450 circa, probabilmente è stata vista qui e usata come ispirazione. Il Cristo è idealizzato, vivissimo, rappresenta il trionfo sulla morte, con tanto di stendardo vittorioso. L’uso del colore è brillante, c’è tanto oro, le cotte metalliche dei soldati in primissimo piano originariamente erano in rilievo, realizzate con lo stucco e rivestite di stagno per essere più verosimili. In fondo, nel gruppo degli incappucciati, c’è anche il committente: il priore Nicolò dall’Oro. Il paesaggio è ricco, naturalista, ricorda il paesaggio della Cappella di San Giacomo a Padova, realizzato da Altichiero, maestro veneto attivo anche nelle terre estensi».

Foto di Andrea Bighi

Tra le tante chicche conservate all’interno dell’Oratorio c’è anche il Ciclo della Croce, ispirato alla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, dipinto tra il 1547 e il 1549 per celebrare la reliquia della Santa Croce che pare fosse ospitata tra quelle stesse pareti già dal 1492.

«Si riconoscono le mani di diversi allievi di Dosso Dossi come Gian Francesco Surchi, detto Delaì, Nicolò Rosselli, Camillo Filippi e suo figlio, il Bastianino. Le opere di padre e figlio sono una di fronte all’altra. Camillo Filippi ha dipinto Costantino che ringrazia la divinità per aver vinto la battaglia di Massenzio, la pittura è vicina a quella del Garofalo, con figure ieratiche e allungate. Bastianino invece ha rappresentato Cristo che conduce in paradiso i suoi seguaci. Gli angeli tubicini hanno le gote gonfie, assomigliano a quelli della Cappella Sistina, ma l’influenza non è chiara. Potevano circolare incisioni, Girolamo Baruffaldi scriveva che Bastianino aveva viaggiato fino a Roma per conoscere Michelangelo».

Le storie raccontate da questi dieci affreschi sono particolarmente curiose: riguardano l’albero magico nato dal corpo seppellito di Adamo, protagonista di vicende che incrociano il Vecchio Testamento, con Salomone e la Regina di Saba, e arrivano fino ai Vangeli. A raccordare le scene interviene la cornice prospettica realizzata sul finire del Seicento da Fra Scala, scenografo teatrale che abitava vicino all’oratorio e morì pazzo. La decorazione delle finestre trompe l’oil, inserita dove una volta si aprivano le vere finestre dell’oratorio, è il suo ultimo lavoro.

Originariamente si accedeva a questo salone lateralmente, con una scala interna. Del vecchio ingresso, affacciato su via Borgo di Sotto, oggi resta una vaga traccia: il profilo chiuso di una porta a sesto acuto. Il rifacimento della facciata e degli esterni, affidato all’architetto Giovan Battista Aleotti, risale al 1612: in quell’occasione si decise di abbattere il solaio che divideva i due piani e creare un unico ambiente molto alto, che fungesse da chiesa. Ma durante la dominazione napoleonica la confraternita venne abolita, l’edificio destinato ad altri usi e abbandonato. Solo nel 1836 si riuscì a ripristinare il luogo di culto e nel 1950 – assieme ai lavori di restauro resi necessari dai bombardamenti subiti durante la guerra – venne ristabilito il vecchio impianto su due piani.

«La ProLoco è attiva dal 2009, oggi si occupa di diversi progetti e iniziative ma è nata proprio per valorizzare il vecchio oratorio, cercare risorse per salvaguardare le opere d’arte che custodisce, avviare un’operazione di diagnostica e di restauro. Purtroppo col terremoto del 2012 il salone è stato dichiarato inagibile. Dopo la scossa ho aspettato due giorni prima di entrare a controllare i danni. Ero atterrito da quello che avrei potuto trovare. C’era tanta polvere perché è crollato lo stucco tra i cassettoni, e anche tante nuove crepe, ma per fortuna niente di troppo grave. I pompieri hanno rinforzato le finestre e sistemato altri piccoli accorgimenti, nel 2015 è stata completata la messa in sicurezza.  La chiusura forzata durata tre anni non ha aiutato. Sono state interrotte le visite guidate e solo da qualche mese è stato possibile riprendere il percorso iniziato, che riguarda la raccolta fondi ma soprattutto la sensibilizzazione della città. Oggi l’Oratorio è chiuso al pubblico, in attesa dei finanziamenti post-sisma, che ne possano permettere accessibilità e recupero. Se i ferraresi non imparano a conoscere e amare questo luogo rischio di morire prima di vederlo restaurato e aperto».

L’atteggiamento di Alessandro mescola disincanto e tenacia, scetticismo e buoni propositi: «le potenzialità per inserire l’Oratorio dell’Annunziata in un circuito turistico ci sono tutte. È collocato lungo la strada che conduce a Palazzo Schifanoia, nel quartiere più interessante di Ferrara sia da un punto di vista storico che artistico, a due passi dalla Chiesa di Santa Maria in Vado che ospita i magnifici affreschi di Bononi, a cui tra l’altro il prossimo autunno finalmente Palazzo Diamanti dedicherà una monografica. I presupposti ci sono tutti, da parte mia continuerò a impegnarmi in questa direzione».

Chiunque è interessato alle sorti di questa struttura e voglia conoscerne meglio la storia – e magari contribuire al suo futuro – può contattare Alessandro tramite la ProLoco.

3 Commenti

  1. Anna Maria Moro scrive:

    Complimenti. Molto interessante e utile visto che c’è un riferimento per riuscire a visitarlo. Grazie.

  2. Filippo Landini scrive:

    Bell’articolo. Complimenti a tutti

  3. rino conventi scrive:

    Curiosio il doppio richiamo a Piero della Francesca, sia per il Cristo Risorto (circa 1460, Museo Civico di S.Sepolcro) che il Ciclo della Vera Croce (dal 1453 al 1463, circa, Basilica di S.Francesco, Arezzo).
    Vale la pena rammentare che lo stesso Piero della Francesca, su incarico di Leonello, affrescò una cappella della distrutta Chiesa di S.,Andrea (allora di S.Agostino) e almeno una stanza nel Castello Estense, opere completamente perdute (ante 1450).

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