di Gianmarco Marzola

Chi era Giovanni Finati, ferrarese che per scappare dal servizio di leva napoleonico passò ai servizi del governatore ottomano d’Albania, per poi finire in Egitto al servizio del Pascià Mohammed Ali, e poi a Londra, pagato dai maggiori orientalisti par narrare la sua vita e le sue avventure?

Una strada dedicata a lui dalle parti di Porotto. Un manoscritto in italiano andato perduto, ma che prima di sparire fu tradotto in inglese da William Bankes in due volumi apparsi nel 1830… Qualche riga dedicata a lui da parte di Richard Francis Burton, che Finati accompagnò durante le predatorie campagne in Siria e in Egitto, e che lo definì “il nostro Candido italiano”… Ecco pressapoco cosa ci rimane di Giovanni Finati, straordinario personaggio che, come ci narra la sua autobiografia: “nato ferrarese, dopo aver assunto il nome di Muhammad, partecipò alle campagne contro i Wahabiti per la riconquista di Mecca e di Medina e che svolse la mansione di interprete al soldo degli esploratori europei, nelle poco conosciute regioni dell’Asia e dell’Africa”.

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Stando ai due volumi dell’autobiografia che Bankes ci ha fatto pervenire, Finati è stato un orientalista senza volerlo. Fece da interprete per le campagne che aiutarono i grandi accademici a depredare il patrimonio artistico e culturale del Medio Oriente. Ma mentre John Lewis Burckhardt e Richard Francis Burton erano orientalisti di professione, Finati lo era per caso. Lui era  piuttosto un disertore, un prete scappato ai voti, un maomettano, un mercenario, un rifugiato politico, e un impostore. Forse era un poco di buono, ma era straordinariamente bravo a gestire tutte queste identità in una sola persona: quella di Giovanni/Mohammed.

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Nato a Ferrara nel 1787 da una famiglia di origini più che modeste, Giovanni Finati venne convocato dal servizio di leva per servire nell’esercito napoleonico nel 1805. Era pressoché impossibile evitare l’arruolamento, ma dopo una faticosa ricerca e con il versamento di importanti somme ad una famiglia meno fortunata un sostituto a Giovanni fu trovato. Il sostituto però disertò e scomparve dopo soli cinque mesi di servizio. Giovanni allora si nascose, ma la latitanza fu breve: il padre ed un fratello più giovane vennero incarcerati ed alcuni beni di famiglia confiscati. Allora Giovanni decise di consegnarsi. Senza neanche lasciarlo accomiatare dai suoi cari fu spedito a Milano, dove tutte le leve erano chiamate a riunirsi. Ma non si era arreso. Così disertò nel 1906 fuggendo nottetempo dal suo reggimento stanziato nel Tirolo. Raggiunse Ferrara ed entrò nella latitanza per la seconda volta. La famiglia lo proteggeva ma era terrorizzata delle conseguenze di quel gesto. I funzionari napoleonici infatti si ripresentarono alla porta e la vessazione dei famigliari ricominciò. Fu trovato e questa volta la dura disciplina dell’esercito napoleonico lo punì con la pena capitale, da essere eseguita a Venezia.

Proprio nel giorno in cui Giovanni doveva essere giustiziato, l’arrivo di Napoleone Bonaparte gli salvò la vita. Era infatti considerato un avvenimento nefasto condurre una pubblica esecuzione proprio il giorno dell’arrivo del grande condottiero. Finati fu quindi graziato ed imbarcato per la Dalmazia col reggimento. La sua nave fece però naufragio quando il relitto venne trascinato dai venti sulle coste dalmate. Giovanni ci racconta che trentun soldati erano morti, altri si trovavano in condizioni molto critiche, altri erano stati sfigurati dalle intemperie. Ma lui era salvo e, dopo un rapido ricovero in un ospedale militare, dovette riprendere il servizio e battersi contro le armate dei Montenegrini sui Balcani. Non appena Giovanni riacquistò le forze però, fuggì di nuovo seguito da quattordici soldati. Il gruppo di disertori marciò oltre il confine ottomano e, entrando nella cittadina di Antivari, oggi nel Montenegro, i quindici compagni si consegnarono nelle mani del Pascià dell’Albania ottomana. Il Pascià li accolse con grandi onorificenze e sfarzi, ma, dopo il rifiuto dei più di convertirsi all’Islam, li mise ai lavori forzati.

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Il Pascià d’Albania ottomana

Ecco che comincia la metamorfosi del Finati, e comincia con il racconto di una conversione. Quello che rende interessante questo passaggio è la complessità intellettuale con cui la conversione avviene, vissuta con naturale leggerezza, armata di freddo pragmatismo e di graffiante critica verso le religioni istituzionali, rappresentati dall’Ulama turca e dalla chiesa cattolica. Dopo una prima esperienza di lavori forzati, Finati ed i suoi compagni hanno un’illuminazione, e proprio lì, nella cava in cui erano stati posti ad estrarre pietra, iniziarono a fare teologia: se è proprio vero che Dio è unico, a lui non importerà se, per sfuggire a quelle misere condizioni, quindici cattolici si fossero messi ad adorarlo in un altra maniera.

Finati aveva già parlato di religione, in particolare della chiesa cattolica e del potere pontificio, che in quegli anni regnava direttamente anche sul territorio di Ferrara dove Finati era nato e cresciuto e, già in giovane età era stato destinato dallo zio alla carriera ecclesiastica. Il nostro eroe ci dice che detestava la chiesa cattolica, con tutti i suoi riti ampollosi, parafernali inutili e vuoti costumi, così come aveva in odio l’esercito ed il potere temporale, tant’è che – ricordiamolo – pur di non servire da soldato, aveva disertato tre volte. Anche il suo rapporto con l’Islam non rimane senza conflitti: egli si vide costretto a convertirsi. Ci racconta che lui ed i suoi compagni continuarono in cuor loro a pregare “come buoni cattolici”. Incorpora l’Islam nel suo personaggio: assume il nome di Muhammad, va regolarmente in moschea, e persino anni dopo si recherà in pellegrinaggio alla Mecca, divenendo uno dei pochi testimoni di origine europea che allora visitarono Mecca e Medina, e lo fece non sotto mentite spoglie come altri avventurieri ed esploratori, ma vestendo i panni di se stesso: haj (“il pellegrino”) Muhammed Giovanni Finati.

La conversione innesca un progetto irrefrenabile di cambiamenti e travestimenti vari che Finati assumerà. Si farà passare come arabo, albanese – padroneggiava entrambe le lingue – o all’occorrenza europeo. L’italiano era allora, prima che fosse soppiantata dal francese, la lingua franca di tutto il Mediterraneo orientale. Accenti, dialetti e lingue potevano allora scambiarsi e non dare nell’occhio. Finati cambiò se stesso nei modi e nei costumi tanto che il padovano Giovanni Belzoni (esploratore ed egittologo di cui Giovanni/Muhammad fece da interprete) non si accorgerà nemmeno delle sue origini. Dopo l’Albania, Finati si era trasferito al Cairo e venne assunto al servizio del Pascià d’Egitto Muhammad Ali. Visse mille avventure: si sposò almeno due volte, fu il primo europeo a visitare le rovine di Petra nell’attuale regno di Giordania e fu l’unico testimone europeo di eventi importantissimi quali la campagna contro l’espansione Wahabita in Arabia guidata dall’Egitto ottomano. Al Cairo rinunciò totalmente alle sue origini. Non vide più Ferrara, non si disse più europeo, non era più cattolico. Quell’universo che solo il Cairo gli poteva offrire era entrato dentro di lui. Un universo che stupì tanto Giovanni per essere così cosmopolita e libero. Giovanni ci racconta che sembrava che per le strade del Cairo “genti di ogni colore e credo fossero portate a stare assieme”. A quei tempi al Cairo viveva una grande comunità di Italiani che svolgevano diverse mansioni in campo di interpretariato e intermediazione politica o d’affari. Al Cairo confluirono anche sei mila Italiani rifugiati politici che fuggivano dall’Europa dilaniata dai vari espansionismi delle monarchie e degli imperi. La città egiziana offriva allora uno splendore che nessuna città europea poteva eguagliare. Quando si recherà a Londra, Giovanni/Muhammad vestirà l’abito tipico d’Albania. Ciò gli valse quasi un linciaggio da parte dei londinesi che gli urlarono contro improperi e fecero battute su di una presunta devianza sessuale. Della capitale inglese solo la rozzezza colpì Finati, che, dopo aver dettato in italiano le sue memorie ad un ignoto – Haj Muhammad aveva perso l’uso della scrittura -, ripartì subito per l’Egitto dove aprì una pensione nel 1824. Si occupò di tale attività sicuramente fino al 1829, data dalla quale se ne persero le tracce.

La vita di Giovanni/Muhammad è un romanzo. Fu “orientalizzata” e drammatizzata dai vari redattori, tanto che oggi é difficile vedere nel racconto l’essere umano, il cuore pulsante che batteva sotto alle sue varie maschere. Ma la sua storia ci insegna tante cose sulla società di allora e di oggi, sulle nostre identità storiche, fluide e incerte, che appaiono effimere in quel crogiolo di mondi che era il mediterraneo negli anni che precedettero il colonialismo europeo nel Nord Africa e nel Medio oriente.

3 Commenti

  1. Daniele scrive:

    …complimenti alla redazione e grande Finati! Vero ferrarese alternativo Poliglotta Politeista e quello che mi sento anch’io, Poligamo ateo vorace: di libertà ugualianza fraternitè.Forza SPAL

  2. vanni daniel scrive:

    …è se fosse stato lui ad ispirare Bacchelli per il celebre personaggio del Raguseo?

  3. Sergio Volpi scrive:

    Buongiorno Signor Gianmarco Marzola,

    ho, sia i due volumi del Bankes, che la traduzione del Visani ma non tutto é stato pubblicato ed io sono interessato al viaggio che Finati fece con Drovetti ed altri all’Oasi di Siwa. Il Visani nel 1941 dice di aver cercato a Ferrara i quaderni originali senza trovarne traccia.
    Io ho cercato di avere notizie dai familiari del Bankes ma senza risultato.
    Lei ha delle notizie più recenti?

    Ringraziando anticipatamente

    Distinti saluti

    Sergio Volpi

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