Nel prossimo weekend i ferraresi potrebbero scoprire di abitare una città che è la stessa di sempre ma che a ben guardare non riconoscono, attraversare lo Stargate e trovarsi in una dimensione parallela: la Ferrara dei giardini segreti raccontata da Bassani, immaginata da Vittorio De Sica, quella degli orti medievali delle monache di clausura e delle corti rinascimentali incorniciate da roseti e ordinate siepi di bosso, quella di cui si parla spesso ma non si ha occasione di vedere mai. Interno Verde infatti – la manifestazione organizzata dall’associazione Ilturco sabato 10 e domenica 11 settembre – aprirà eccezionalmente al pubblico trentasette giardini all’interno del centro storico: un’occasione imperdibile per improvvisarsi botanici, cimentarsi in audaci spiegazioni riguardanti l’evidente differenza tra un cedro del Libano e dell’Atlantico, riesumare vecchie lezioni dedicate alle travagliate vicende della famiglia estense, improvvisarsi architetti e decifrare a colpo sicuro l’influenza stilistica di Biagio Rossetti all’ombra di un loggiato misterioso.

Quello che mi preme comunicare oggi ai lettori di Listone Mag, avendo partecipato personalmente all’ideazione e alla realizzazione di questa iniziativa, è la bellezza delle storie che i giardini custodiscono. Che supera quella dei tassi centenari, delle passiflora arrampicate sui mattoni, dei parchi talmente estesi e riposanti allo sguardo da non essere credibili, così, chiusi in mezzo alle mura.

Per questo vi riporto tre storie ascoltate in questi mesi trascorsi a scandagliare la pianta della città dal cielo, attraverso il satellite di Google Map, a citofonare agli sconosciuti e scartabellare vecchi documenti catastali.


La storia splatter

Nell’antico palazzo all’interno del quale oggi ha sede il coworking gestito dall’associazione Ilturco, in via del Turco 39, nel sedicesimo secolo viveva Giovanni Battista Canani, medico e studioso di cardiologia. Nato a Ferrara nel 1501, originario di Costantinopoli (almeno la sua famiglia, così dice la Treccani).

Canani fu tra i primi sostenitori dell’approccio scientifico rinascimentale, che affianca l’autorità della tradizione all’osservazione diretta dei fenomeni naturali: fu proprio lui a scoprire l’esistenza delle vene e del muscolo palmare, chiamato appunto “palmare breve di Canani”. Scrisse inoltre diversi trattati e fu chiamato a Roma per diventare l’archiatra di papa Giulio III (qualsiasi cosa archiatra significhi). Quando tornò alla propria città natale venne nominato “protomedico degli Stati estensi”. Ciò che attestano le sue biografie sono le dissezioni anatomiche organizzate nella propria abitazione, assieme al cugino Antonio Maria, alla presenza di celebri medici come Arcangelo Piccolomini e Gabriele Falloppio (sul serio! Quello delle famose tube!). Assieme a loro lo stesso duca Alfonso II d’Este, dilettante ma appassionato. Quello che le biografie non documentano è la storia che si ripete bisbigliando tra vicini di casa: che i cadaveri studiati fossero quelli della povera gente morte a causa della peste, prelevati dalla vicina chiesa di San Michele. E che i resti, concluso l’esame, venissero sepolti nel florido giardino.

Il giardino de Ilturco, foto di Francesco Mancin


La storia neorealista

L’atmosfera all’interno del grazioso giardino condominiale di via Capo delle Volte 56 oggi è tranquilla e silenziosa. Non era così negli anni del dopoguerra e del boom economico, quando il cortile veniva vissuto quotidianamente e collettivamente, utilizzato come parco giochi dai bambini, area dedicata alla chiacchiera e ai lavoretti manuali dalle donne e dagli uomini che abitavano lì attorno. Chi racconta questa storia è Fabio Ziosi, che oggi è nonno ma all’epoca era bambino: ricorda i panni stesi sulla terrazza ad asciugare, la lavanderia in comune con il focolare, i mughetti di sua madre Maria che profumavano l’aria attorno, le foglie grandi e verdi dell’aspidistra, la pianta del ferro. I pesci rossi nella vasca circondata dalle siepi, lo zampillo altissimo dell’acqua della fontana, la bandiera che sventolava fuori dalla porta di casa nei giorni di festa. La fatica di quando, prima dell’inverno, bisognava trasportare i grandi oleandri in vaso all’interno dell’androne, che tutti chiamavano semplicemente “la sala” e che all’epoca si chiudeva con una vetrata colorata. La turca, una sola per tutti, in un angolo del cortile.

«Il palazzo era stato acquistato agli inizi del Novecento da mio nonno Amilcare, per abitarci assieme ai suoi sei figli. La vita era quasi comunitaria e tutti sapevano tutto di tutti».

Una curiosità: nel palazzo di fianco, occupato fino a pochi anni fa da alcuni uffici comunali, si trovava una volta la “bassa macelleria”. «Allora c’era parecchia povertà – racconta Fabio -. La carne delle mucche che avevano avuto qualche problema in vita, magari si erano azzoppate, veniva venduta qui a prezzo popolarissimo dopo la visita del veterinario e l’abbattimento. La “bassa macelleria” non era attiva quotidianamente, il giorno prima veniva appesa un cartello di avviso. Generalmente apriva nel pomeriggio e allora già dalla mattina presto bisognava mettersi in fila. Le donne però non avevano tempo di stare in coda, e visto che i primi ad entrare si sarebbero accaparrati i pezzi migliori – e si poteva acquistare solo una certa quantità per famiglia, non di più – stavano in coda i vecchi, le vecchie, oppure noi ragazzini. Per occupare il posto si mettevano delle sedie davanti all’ingresso, con un fronte di quattro, visto che spesso c’era da aspettare parecchio. Noi ne approfittavamo per giocare e a volte questo ci faceva perdere il turno… e finiva a scapaccioni. Quando si avvicinava l’ora dell’apertura, io e gli altri ragazzi urlavamo dalla piazzetta: “Aprono! Aprono!”. Allora non c’erano alberi e dalla terrazza e dalle finestre di casa nostra si vedeva tutto. “Donn, i verz la ‘bassa”, dalle finestre si sentivano le donne passare la voce».

Il giardino di via Capo delle Volte, foto di Francesco Mancin


La storia romantica

Il giardino di via Boccaleone 40 si nota già dalla strada, perché gli alberi vi si affacciano a salutare chi passa. Varcata la soglia e superato il porticato, si incontrano una magnolia, un platano e un frassino. Altri esemplari notevoli sono la betulla, i due allori, l’acero giapponese e le splendide rose rampicanti, varietà Pierre de Rosard, che coprono il pergolato vicino la casa.

«Le piante a cui sono più affezionato sono due – racconta Giulio Veronese, oggi capogiardiniere a Fukuoka, in Giappone: la siepe di ligustro e il platano. Sono convinto che sia cresciuto così bene grazie alla musica classica che il nonno ascoltava nel salottino». Esistono vari aneddoti sui protagonisti di questo fazzoletto verde rilassato e ombroso: «uno dei più divertenti riguarda il frassino appoggiato al porticato, allacciato con il tirante per evitare danni. La nonna voleva piantarlo più distante dal muro ma il nonno – l’architetto Orlando Veronese – lo volle più “razionalmente” addossato agli edifici. Col senno di poi, aveva ragione la nonna». La stessa che ha collezionato le azalee.

Il giardino di via Boccaleone 40, foto di Francesco Mancin

2 Commenti

  1. Bellissima questa iniziativa alla scoperta di angoli segreti nel cuore di Ferrara!
    E piacevolissima la lettura di questi racconti che fanno rivivere presenze passate.
    Il giardino di Via Boccaleone nasconde anche un’altra importante ed affascinante storia..

  2. Frumar ed i PT scrive:

    meraviglioso! Sarà possibile riscoprire una parte nascosta di Ferrara

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