Il Piazzale Giordano Bruno oggi è una zona verde attraversata da vialetti asfaltati, inerte spazio, per fortuna salvato dal cemento. Forse in pochi ricordano che tantissimi anni addietro proprio in quest’area fu costruito un rifugio antiaereo, teoricamente sicuro, il quale avrebbe offerto riparo alla popolazione del rione in caso di attacco aereo. Quanto segue credo sia l’evento più importante che lo riguarda.

Eseguendo ricerche incrociate sul periodo e l’argomento in rete non si trova nulla al riguardo. Giusto qualche citazione molto generica circa l’adattamento a rifugio di scantinati di imponenti palazzi che ispiravano sicurezza. Purtroppo dove cadono le bombe c’è distruzione. Oggi sappiamo tante cose in più, siamo consapevoli dei rischi, tanto che nessuno di noi andrebbe a far la morte del topo sepolto in una cantina o fatto a pezzi in un budello di cemento seminterrato. Meglio sdraiati all’aperto, pancia a terra con gambe e braccia divaricate.

Ma di quel rifugio dell’antico “Parco Fiera” nessuno sembra sapere nulla, come non fosse mai esistito. Eppure con la stessa metodologia ne venne costruito perfino un altro, identico nel concetto ma più piccolo, sul bastione a destra della discesa di via Piangipane verso piazza Travaglio. Quello, durante il primo bombardamento in quel triste 29 dicembre 1943, fu colpito in pieno uccidendo in un istante i suoi occupanti. Ho visto personalmente cosa era rimasto di loro e del rifugio. Meglio non parlarne.

Per quello che mi accingo a descrivere, faccio appello esclusivamente alla mia memoria e non disponendo di fotografie d’epoca o disegni di progetti a supporto, ho rappresentato con un semplice disegno lo scenario, certo di essere molto vicino alla realtà di quei giorni.

Il Parco Fiera, negli anni '40 - disegno di Florio Piva

Il Parco Fiera, negli anni ’40 – disegno di Florio Piva

Primi Anni ’40 – Il Parco Fiera, come si chiamava allora, aveva un aspetto molto diverso da quello che oggi conosciamo. Non esistevano le due palazzine sul lato di via Poledrelli, così pure il palazzo cosiddetto della “Mutua”. Per farla breve, era un verdissimo grande spazio tra le scuole Poledrelli e la caserma dei Pompieri. Abbelliva l’insieme qualche alberello, sotto i quali spesso sedevano mamme con bambini piccini che giocavano all’ombra.

Sul lato di Poledrelli, di fronte a via Manini, c’erano due grandi pilastri in stile novecentesco, a segnare un ipotetico ingresso alla zona adibita a esposizioni di vario tipo, talvolta a carattere politico.

Un giorno, nel Parco, prese posizione un escavatore “Fiorentini” a benna lanciata per scavare una trincea larga un paio di metri e profonda altrettanto. Salvando le piante vicine, accumulava la terra di risulta a lato dello scavo. Nessuno sapeva che cosa stavano facendo e nessuno poneva domande, ma lo capimmo da soli: costruivano un rifugio antiaereo.

Lo scavo seguiva la direzione Est/Ovest, parallelamente a Via Poledrelli, poi piegava ad angolo retto verso Sud (Spal) poi ancora ad angolo retto riprendeva di nuovo la direzione Est/Ovest, verso la caserma dei Pompieri. Erano praticamente tre tronchi di circa 50 metri ciascuno, seguenti e ortogonali tra loro.

In prossimità delle testate furono realizzate le scale per scendere fino alla quota di fondo. Il tutto poi venne interrato.

Dopo un mese circa il “rifugio” era pronto. Apprezzammo molto la rapidità con cui venne costruito, anche se probabilmente molto approssimativa… All’esterno si notava un riporto di terreno che assomigliava ad un piccolo argine, avente però forma tondeggiante, alto circa un metro, largo circa tre per la lunghezza di tutto il manufatto. Sembrava un riparo sufficiente per schegge e/o mitragliamento, ma per le bombe ci voleva ben altro! C’era soltanto da sperare che non cadessero in quel punto preciso, altrimenti…

L’interno si presentava come un corridoio fiancheggiato da ambo i lati da due ripiani  in corpo unico con le pareti, aventi funzioni di panca. La copertura era a volta e prima dell’incrocio con il tronco seguente, vi erano due semipareti verticali sfalsate tra loro, che avevano funzione di protezione da schegge, nell’eventualità che fosse colpito il settore adiacente. Al centro della volta correva un filo elettrico con una piccola lampadina ogni quattro o cinque metri. Non c’erano e non erano previste porte, ovviamente, ma era sempre presente un addetto dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) che aveva la sede in Viale Cavour presso gli ex Bagni Pubblici, dove ora c’è il palazzo “Ferrobeton”, di fronte alle Poste.

Ogni volta che suonava l’allarme la gente si recava al rifugio, sia di giorno che di notte. Le donne con i bambini (io compreso) se ne stavano seduti su quelle gelide e umide panche, mentre gli uomini se ne stavano dinnanzi all’ingresso a fumare sigarette puzzolenti, fatte anche con foglie di vite.

Sezione del rifugio - disegno di Florio Piva

Sezione del rifugio – disegno di Florio Piva

Il collaudo, se così si può definire, avvenne in quella triste occasione che tutti sappiamo. Fortunatamente il rifugio non fu colpito, ma la vicinanza di un grappolo di tre bombe, che esplosero tra l’entrata ed il piccolo alberello che si può vedere nello schizzo, compromisero la struttura del manufatto, procurando delle crepe alle pareti e alla volta larghe circa 10 cm con caduta di terriccio.  Provate a pensare a cosa si doveva provare stando all’interno: vedere tutto questo e sentire lo scricchiolio della struttura che sta cedendo, mentre fuori c’è il finimondo! Tremo ancora al pensiero.

Al termine del conflitto mondiale la parola rifugio venne accantonata, ma mai dimenticata.

Nell’immediato dopoguerra tutta l’area venne riassettata, rimuovendo la struttura del rifugio e colmando le enormi buche causate dalle numerose bombe cadute. Credo che nel sottosuolo siano rimasti pezzi di cemento in notevole quantità.

Per il Parco Fiera, risorto a nuova vita, si prospettavano e arrivarono finalmente momenti gioiosi. Era sorto anche un piccolo teatro tenda dove si svolgevano manifestazioni molto importanti, quali ad esempio la trasmissione radiofonica condotta da Silvio Gigli “Botta e risposta”, il quale al microfono dell’E.I.A.R. diceva che stava trasmettendo da Ferrara. Per noi era motivo di orgoglio, sapere che chi ascoltava la radio pensava alla nostra città  e questo ci faceva sentire importanti. Poi vennero organizzati anche concerti di musica leggera con le orchestre in voga ai tempi. Partecipò anche Giorgia Vallieri, moglie di Oscar Carboni, in compagnia di altri bravi cantanti ferraresi.

In questo piccolo teatro si recitarono commedie dialettali e spettacoli musicali con possibilità di ballare su una pista appositamente allestita. L’area ospitava spesso mostre organizzate da Commercianti e Artigiani, creando un movimento di gente piuttosto importante. In una di quelle occasioni ho sentito nominare per la prima volta la “Fiera di Ferrara”.

Negli anni ’50 tutto lo spazio diventò poi un grandissimo Luna Park. Per la verità era il parco divertimenti al completo, trasferito dai giardini della Stazione, il cui ingresso era di fronte a viale Cavour, sovrastato da una gigantesca scritta luminosa rossa “KERMESSE”, vicino a dove oggi sorge viale della Costituzione. Immaginate l’invito che i ragazzi facevano alle “ragazole” di una volta: …dai, andegna a la Kermess? E loro venivano volentieri perché al Parco Fiera ci si divertiva per davvero!

Lasciata Ferrara, da allora del Parco non ho più saputo nulla. Quelle rare volte che ho occasione di attraversarlo, cammino adagio e mi guardo attorno… è silente, quasi triste. Ricordo dove caddero le bombe, quel bambino con la bocca piena di terra, l’ottovolante, l’autopista… Oggi vedo pochi bambini che giocano, qualche gruppo di stranieri che bivaccano sulle panchine. In fondo al parco c’è un chiosco, un poveraccio dorme lungo steso sui tavoli. Una scena decisamente triste.

Piazzale Giordano Bruno, oggi

Piazzale Giordano Bruno, oggi

2 Commenti

  1. Alessandro Marcigliano scrive:

    mia nonna e mia madre bambina abitavano in via Ripagrande e in quel bombardamento del ’43 si rifugiarono nel rifugio di via Piangipane. Si salvarono perchè seguirono il consiglio di un vicino che le fece spostare verso una zona secondo lui più sicura, ed ebbe ragione

  2. RITA PASTI scrive:

    Ho letto con attenzione questa testimonianza di vita di cui non conoscevo l’esistenza, sono stata colpita dall’uso e dalla sensibilità delle parole usate tanto che mi pareva di viverle. Termini tramandati che ho sentito dire ma non avevo la benchè minima idea di cosa volessero intendere a Ferrara es. KERMESSE. Penso che sia un tesoro prezioso lasciare racconti, memorie scritti a chi è assetato di sapere e conoscere come me. Grazie Florio per queste testimonianze.

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