Costruire un ponte richiede più fatica di erigere un muro. Più tempo, più complessità, più energia. Per i testimoni diretti di un’epoca attraversata dalla dittatura e dalla guerra, questo tipo di operazione è tutt’altro che semplice. Eppure, agli inizi degli anni Sessanta, c’è un piccolo gruppo di persone, animate dal carburante degli ideali e dell’azione, che s’impegna a tracciare un solco dove poggiare le fondamenta del ponte che aveva progettato. Il loro portavoce si chiama Aldo Capitini. Nelle biografie che lo ricordano in rete, viene definito filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore. A lui, nel 1962, si deve la fondazione del Movimento Nonviolento. Un’associazione che introduce in Italia il pensiero gandhiano di lotta nonviolenta. Se si pensa che la stessa espressione ‘nonviolenza’, con i due vocaboli uniti, viene adottata dalla nostra lingua a partire dal 1930, ci si può rendere conto che il ponte di cui si faceva cenno prima quantomeno è stato realizzato a livello grammaticale. Del nucleo che aderisce alle istanze del Movimento, che poi presiederà dal 1997 al 2010, c’è anche Daniele Lugli.

Foto di Giacomo Brini

Foto di Giacomo Brini

Un avvocato nato a Suzzara, futuro difensore civico dell’Emilia Romagna, che da sempre vive a Ferrara e che oggi ci racconta di quegli anni. Commentando per noi alcune immagini che lo hanno accompagnato nel suo percorso. Alle sue spalle, un mare Adriatico agitato da onde lontane e minacciose. Davanti a lui, alcune istantanee dove si asciugano frammenti di ricordi.

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«Dovrebbe essere il settembre del 1961, l’anno della prima Perugia-Assisi. In quella circostanza non vado alla prima marcia della pace, ma sono ad Appiano di Bolzano. Eppure l’immagine mi richiama alla mente, oltre naturalmente alla figura di Aldo Capitini, anche quella di Alex Langer. La marcia peraltro avviene un mese dopo della ‘Notte dei fuochi’, quel periodo di attentati nel Sudtirolo. Ricordo che poi, nel 1962, insieme a tre amici di Ferrara, andiamo a trovare Capitini».

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«Vedo il logo che rappresenta il fucile spezzato. Penso al Movimento Nonviolento e a varie cose che avevo letto in quegli anni. Alla rivista ‘Il Ponte’, fondata da Piero Calamandrei. Al momento della nascita del Movimento, all’amico Piero Cavazzini. E al fatto di avere conosciuto una persona straordinaria come Giuseppe Ganduscio».

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«Un momento che risale al 1963. Allora il Movimento è appena nato. Nella foto siamo in un campo sopra Perugia. Scorrendo le persone ritratte, da destra verso sinistra riconosco Eugenia Bertolazzi, direttrice di ‘Cittadini del mondo’, un periodico degli anni Cinquanta. Poi c’è Danilo Dolci, un uomo dal carisma straordinario. Quindi c’è Riccardo Tenerini, un seguace di Capitini e partigiano nonviolento. Di lui ricordo che era rimasto orfano e che era stato carcerato per antifascismo a Perugia. Arriviamo così allo stesso Aldo Capitini e, alla sua destra, a Pietro Pinna, ferrarese di famiglia sarda. Una persona prontissima d’intelletto. Nel 1948 c’è il suo rifiuto di prestare il servizio di leva. Con la sua vicenda nasceranno i Gan, Gruppi di azione nonviolenta per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’obiezione di coscienza e contro la guerra. Continuando, c’è Enzo Bellettato, pedagogista e, anch’esso, fra i primi obiettori di coscienza. Infine ci sono io, che peraltro in quel periodo ero in viaggio di nozze…».

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«Le manifestazioni per la pace erano partecipate, grazie anche al Pci e al sindacato. Per quanto riguarda il mondo cattolico, il rapporto con il Movimento era inizialmente quasi inesistente. Se penso alle minoranze cristiane, mi vengono in mente i quaccheri e i protestanti. Poi ricordo Don Lorenzo Milani che si pronuncia in modo molto netto nei confronti dei cappellani militari, stimolando una loro reazione che produce un documento. Di fronte al quale, lui risponde con un intervento dove evidenzia che l’obbedienza non è più una virtù. In questa foto siamo a Roma nel 1965 e manifestiamo contro la guerra, il terrorismo e la tortura. Ricordo anche un’altra manifestazione, a Milano, un anno prima. Dove teniamo in mano i cartelli di Amnesty International e chiediamo una legge sull’obiezione di coscienza. L’opposizione alla guerra è l’elemento centrale. Una volta ci rechiamo al cippo di Matteotti proprio perché Matteotti si oppose alla guerra in Libia. In ogni caso, tuttavia, Capitini sottolinea nel dialogo l’importanza di non sentirci portatori di verità. E utilizza il termine, scritto tutto attaccato, di ‘nonmenzogna’».

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«Questo sono io, con la bicicletta che mi è regalato un mio amico. Ci troviamo a Ferrara, in un momento di svago».

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«Questo luogo dove sono fotografato, invece, è Rossano. La Calabria è una terra dove ho tanti cari amici. E che si trova a fare i conti con la criminalità organizzata. La presenza delle mafie, anche nel tessuto economico, è spesso oggetto di ricerca. Per esempio, c’è uno studioso ferrarese, il criminologo Federico Varese, che se ne occupa. Peraltro ricordo che suo nonno, Claudio Varese, fu allievo di Aldo Capitini».

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«Una bella occasione di confronto con i ragazzi di scuola media. Insieme a me c’è un giovane afghano, rifugiato politico a Ferrara. Gli studenti si sono rivolti a lui con molto interesse e partecipazione. Gli hanno chiesto della sua possibilità di riuscire a ottenere notizie da casa, oltre ai suoi progetti futuri. Io invece ho dialogato con loro sul tema della violenza, su come nasce fra le persone. Per quel riguarda i miei progetti futuri, ho in cantiere una ricerca da pubblicare su un personaggio ferrarese antifascista. Si chiama Silvano Balboni e, in città, gli è intitolata una traversa di via Bologna. Figlio di un medico, studente in Medicina, lettore di Capitini, a un certo punto diserta».

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Foto di Giacomo Brini

7 Commenti

  1. daniele lugli scrive:

    grazie gentile Giuseppe e grazie anche al fotografo, con il quale sei venuto a trovarmi

  2. Angelo scrive:

    Molto bello e molto interessante.
    Angelo

  3. vinny scrive:

    Molto bello il pezzo, incisivo il logo del “fucile spezzato”

  4. Anna Zonari scrive:

    Complimenti, un bell’articolo che apre una finestra su esperienze importanti ieri e soprattutto significative per l’oggi… Davvero un privilegio avere Daniele nei paraggi. Grazie di cuore per aver speso la tua vita in questo modo…

  5. Raffaele Rinaldi scrive:

    Che belle persone abbiamo a Ferrara!

  6. Loredana Bondi scrive:

    Bella la vita vissuta per ideali che abbiamo condiviso in molti …Daniele sei stato ad essi profondamente legato e sei sicuramente una delle voci più coerenti nei confronti della vera politica sociale. Spero che il tuo cammino come quello di pochi altri, possa essere di esempio alle future generazioni e soprattutto possa essere raccolta questa “ereditá di grande umanità” dalla mediocre politica del nostro tempo e di questo territorio che sembra assonnato e distante dalla complessitá della vita contemporanea.Ciao Daniele e a presto.

  7. Alessandra Chiappini scrive:

    Grazie, caro Daniele, per la tua vita esemplarmente coerente, vero punto di riferimento e presidio dei valori della nonviolenza.Spero tu accolga una proposta di integrazione: fra i pochi sostenitori della cultura nonviolenta nel mondo cattolico degli anni sessanta, credo sia indispensabile e doveroso ricordare padre Ernesto Balducci, scolopio fiorentino, difensore convinto dell’obiezione di coscienza, che, tra il 1963 e il 1964, subì un processo per averla difesa sul “Giornale del Mattino”, e una conseguente condanna per apologia di reato. Un abbraccio.

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