Recentemente in Via Gustavo Bianchi è stato inaugurato un grazioso complesso di edilizia popolare dalle autorità cittadine, così mi è tornato in mente della passata esistenza di una piaga cittadina, nota ai ferraresi fin dai tempi più lontani, ma che molti lettori più giovani forse non conoscono affatto. Parliamo del famigerato “Mortara 70”, un tugurio cittadino ormai non più esistente che si trovava proprio al civico 70 dell’omonima via.

Il tugurio di via Mortara 70

Nel 1952 l’Amministrazione Comunale democratica, in una pubblicazione riassuntiva sul suo operato nel periodo 1945/1952, a firma della allora Sindaco Prof. Luisa Gallotti Balboni, riporta la situazione del complesso Mortara 70:

“Uno dei centri più vergognosi per la nostra città e focolaio di malattie contagiose che minano l’esistenza di chi ha la sfortuna di abitarvi, è sempre stato come lo è purtroppo tuttora Mortara 70. In questo vecchio stabile vivono in ambienti malsani, antigenici, privi di aria e luce e di ogni minima comodità oltre 163 famiglie in una bestiale promiscuità. L’Amministrazione democratica non poteva non affrontare il problema della costruzione di appartamenti per queste famiglie e fin dal 1948 iniziava la progettazione di un complesso di stabili che potesse consentire lo svuotamento di Mortara 70 e di altri centri simili come la ex G.I.L… la Poliambulanza. ecc. Tale piano dei lavori comprende l’esecuzione di casette minime per 100 milioni di £, già approvate dalle competenti autorità e in corso di ultimazione presso la località ex Canile…”

Questo era il quadro della situazione in generale, ma c’era purtroppo qualcos’altro da aggiungere. Fin dai tempi lontani, il “70” rappresentava qualcosa da evitare in tutti i sensi, era sconsigliabile anche semplicemente passargli davanti. La gente lo descriveva, oltre che focolaio malsano, anche rifugio per la malavita. Una lettura interessante al riguardo è il lungo elenco di termini dialettali e gergali in uso al Mortara 70 e divenuti popolari in città, tratti da Il gergo di Ferrara di Antonio Franceschini.
Se i carabinieri cercavano qualche sospettato il primo luogo dove si recavano era il “70”. Questo era un problema in più per quelle famiglie oneste e sfortunate che vivevano in quel posto dannato, perché come si dice “si fa di tutte le erbe un fascio” e questo era umanamente ingiusto.

Il complesso religioso cinquecentesco che lo ospitava nacque come convento, ma poi non è ben chiaro il percorso che ne ha modificata la destinazione. Sembrerebbe che un tempo fosse divenuto luogo di sofferenza per malati incurabili, tipo lazzaretto e poi, forse contemporaneamente, anche manicomio. Sempre seguendo i racconti che incuriosito ascoltavo, sarebbe diventato poi ricovero per mendicanti senza tetto e persone che vivevano di espedienti. Questo secolare succedersi di tristi vicissitudini portò la grande struttura al più basso degrado. Non è qui comunque che dobbiamo ricostruire le sue fasi evolutive, sicuramente esiste una documentazione storica in grado di soddisfare gli interessati. Per ora accontentiamoci di fare un salto indietro di 60 anni.

Costruzione delle prime case minime in via Bianchi

Costruzione di alcune case minime in via Bologna

mortara70-02Le prima sopra citate casette minime furono costruite in fondo a Via Bianchi, piccole, linde e decorose, con l’orticello al retro e un minigiardino sul davanti. Nel 1956, per motivi di lavoro, conobbi un paio di famiglie che vivevano in queste nuove strutture. Erano persone raggianti di gioia, sembravano fossero uscite finalmente dall’inferno del “70”. Mi raccontarono episodi inenarrabili, all’epoca mi sembrava calcando un poco la mano ma invece erano del tutto sinceri. Mi dissero che vissero giornate impensabili quando nel 1951 ci furono le indagini per il “delitto di Pasqua”, riguardante un povero ragazzino tredicenne trovato sul baluardo di S. Giorgio, ucciso in un modo atroce, sgozzato con un fondo di bottiglia. Ferrara fu messa sottosopra per scovare il colpevole e al “70” le ricerche furono molto pesanti.

In quelle casette trovarono sistemazione diverse unità familiari, ma servirono anni per trovare alloggi alternativi a tutta la popolazione e altri edifici vennero costruiti in altre zone della città come su un fianco di via Bologna. Il “70” lentamente ma progressivamente venne svuotato entro la fine degli anni ’60.

Molti anni sono passati da allora e non molto tempo fa, in occasione di una mia visita a Ferrara, la nostalgia per i miei trascorsi mi ha portato di nuovo da quelle parti.

Le casette di via Bianchi erano fatiscenti, alcune quasi demolite, i giardini e gli orti erano un’unica sterpaglia cresciuta sui mucchi di pietre miste a legname spezzato e serramenti divelti e sfasciati, ecc. Questo stato di abbandono doveva risalire sicuramente a moltissimo tempo addietro. Era evidente che qualche sciacallo aveva approfittato del fatto. Una vera desolazione. Era scomparso un qualcosa di importante perché la loro costruzione segnò l’inizio del recupero della dignità umana per tutti gli abitanti di Mortara 70.

Le case minime di via Bianchi come apparivano fino al 2014 – da Google Street View

Un paio di mesi fa, sempre per la mia inguaribile mania di seguire le mutazioni e per rivivere momenti di gioventù, sono tornato ancora una volta in via Bianchi, notando con piacevole sorpresa che tutta l’area era stata sgombrata dai rottami, ripulita e circondata dalle recinzioni di plastica arancio. I palazzi che lo scorso 13 maggio sono stati inaugurati hanno riportato vita in un luogo importante. Il complesso edilizio è di tutto rispetto, bello e moderno.

Quanto al grande cortile interno del “70”, oggi non brulica più di bambini vocianti e sporchi, non ci sono più mille occhi che ti guardano senza farsi notare. Il vecchio chiostro con la chiesetta di via Mortara 70, ristrutturati entrambi da molti anni, sono oggi parte dell’Università di Ferrara e della Facoltà di Farmacia.

Il chiostro di via Mortara 70, dall'alto - da Bing Maps

Il chiostro di via Mortara 70, dall’alto – da Bing Maps

 

L'ingresso di via Mortara 70, oggi, è un parcheggio in uso all'Università di Ferrara - da Google Street View

L’ingresso di via Mortara 70, oggi, è un parcheggio in uso all’Università di Ferrara – da Google Street View

4 Commenti

  1. Arianna Fornasari scrive:

    Reputo importante che parte della Storia cittadina venga tramandata, oltretutto in modo lineare e pulito, attraverso i ricordi di chi ha vissuto la nostra città. Complimenti e soprattutto grazie al signor Piva per voler condividere con noi tali esperienze.

  2. Giorgio Borghini scrive:

    … sono circa coetaneo, e amico FB, di Florio Piva …..Anch’io ferrarese in esilio da molti anni… i suoi ricordi (ben descritti) sul “70” sono anche i miei … aggiungo solo che, durante le indagini per il fattaccio del ’51 sia i giornali, che la gente , per indicare il “mostro” dicevano semplicemente: “il vampiro”….. Io abitavo in zona Santa Maria in Vado dove … in tempi di guerra e dopoguerra…c’era un “70” in scala ridotta : il “40”….. In via Madama 40, stesse caratteristiche , ex convento 500esco dei Gesuati che officiarono la chiesa di San Girolamo… simili chiostri e ambienti affollati di famiglie di disperati …. differenza con il “70” era che la caratteristica malavitosa era minima … prevaleva la grande povertà…. Ho visto piacevolmente questo ambiente una decina di anni fa : C’era un ristorante dove ho portato a pranzo ( nel chiostro) una comitiva di amici veronesi per poi accompagnarli a Schifanoia…..

  3. stefano vertuani scrive:

    Sono un ex abitante di Via Gustavo bianchi negli anni 70 non delle cassette: conoscevo tutti gli abitanti delle ex cassette in quanto I figli erano compagni di gioco.
    Non conoscevo l’origine di tale quartiere.
    Un tuffo nel passato.

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