Domenica mattina. La sveglia non mi tortura. Mi alzo lenta e pigra, una lunga, lunghissima doccia calda e già mi gusto il piccolo lusso di un cappuccino cremoso al bar. Mi vesto, salgo in auto, imbocco la via principale. Ferma. Immobile. Bloccata. Dietro già troppe macchine mi impediscono qualsiasi manovra di fuga, rimango lì e improvvisamente li vedo passarmi davanti: corridori con i loro calzoncini corti, il pettorale in vista e le scarpe sgargianti. La FERRARA MARATHON.

Nooooo, e lo avevo anche letto da qualche parte. I primi dieci minuti di sosta forzata li occupo ad imprecare e spendo l’energia necessaria per un’intera maratona e anche la mezza messe insieme. Poi estenuata e rassegnata appoggio le mani sul volante, avvicino la faccia al parabrezza, stringo gli occhi e li guardo meglio: sudati, ansimanti, con le guance paonazze che si gonfiano e si sgonfiano e una smorfia di dolore in faccia. Li guardo e penso sempre la stessa cosa: PERCHÉ? MA PERCHÉ?

Quest’anno alla Ferrara Marathon, arrivata alla sua quinta edizione, qualcuno ha provato a rispondere alla mia domanda, attraverso uno spettacolo teatrale intitolato “Io corro, storie di passi”. A portarlo in scena sono trenta allievi dei Laboratori Teatrali per adulti di Ferrara Off, sotto la direzione di Roberta Pazi e Laurent Soffiati, quest’ultimo autore del testo. 

E’ un progetto che nasce un anno fa, dal rapporto d’amicizia che lega Roberta a Laurent; lei gli chiede di fare uno spettacolo insieme per l’evento sportivo che coinvolge la nostra città, lui, attore e maratoneta, risponde che va bene, che ci avrebbe pensato.

Foto di Denise Ania

Laurent ci pensa, ma non scrive niente fino al 7 gennaio scorso, data che ha sconvolto il mondo e ha straziato Parigi, dove l’attore vive. I due amici si sentono, scioccati ed emozionati, si chiedono se sia il caso di continuare il progetto e decidono che sì, ha senso continuare.

Sono gli avvenimenti di quella giornata che fanno trovare a Laurent il senso del suo spettacolo: LO SPIRITO DELLA LIBERTA’, la corsa come stile di vita che tende alla libertà e i corpi degli attori che si muovono come i corpi dei maratoneti.

Esiste una relazione tra il corpo del maratoneta e quello dell’attore, un sottotesto, un’intenzione che prendono vita con il movimento. Si corre con le gambe, ma soprattutto si corre con la testa. È uno spettacolo che racconta di silenzi, di parole e di movimenti.

I trenta attori entrano in scena, dietro alla linea di partenza ci sono trenta vite diverse, che si scaldano, si stirano, si allungano. E sono tutti lì, sulla linea di partenza, con il loro pettorale in bella vista, le scarpe da ginnastica, tutti uguali e tutti così diversi, perchè come un attore che veste il suo personaggio, per quanto sia un professionista, lembi della sua vita spunteranno sempre da quei panni di scena. Per il maratoneta è la stessa cosa, tutti simili sulla strada ma con pensieri e storie diverse.

Chi corre per vivere, chi corre perchè è sopravvissuto, chi corre per dimenticare, chi corre per l’amato, chi corre per il silenzio.

L’allestimento è scarno, inesistente, una linea per terra. È la partenza o è l’arrivo? È importante? Forse arrivo e partenza sono la stessa cosa, il traguardo, la propria vittoria si raggiunge partendo. Quello che conta è correre, fino a quell’albero, quel lampione, quell’insegna, spingersi sempre oltre, con il corpo e con la mente.

Non è un caso che la voce narrante è lasciata a Marisa Antollovich, che oltre ad essere attrice e maratoneta è psicologa dello sport, preparatrice di atleti olimpionici. È una motivatrice, una che allena da dentro.

42,195 minuti di spettacolo, come i chilometri della maratona che si concludono con un CORRO PERCHÈ TI AMO!

Domenica mattina. Faccio colazione a casa. Esco, a piedi. Oggi, dopo cinque anni, sono preparata. Li aspetto. Eccoli che arrivano: i maratoneti. Sempre sudati, ansimanti, con le guance paonazze che si gonfiano e si sgonfiano e con una smorfia di dolore e negli occhi hanno il loro TI AMO, per qualcuno, per qualcosa, per la libertà, per la vita.

Ognuno ha un TI AMO per cui vale la pena correre.

1 Commento

  1. Grazie mille! Un articolo che ci fa rivivere quei lunghissimi 42,195 km 😉

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