Ferrara – Perth. Faccio alcuni calcoli d’orario prima di chiamare Giovanni Basso. Nonostante tutto, l’ora che dista da qua a là non l’ho ancora capita bene, ma ho scoperto che da Giovanni è quasi sera e diluvia fortissimo, qui invece è il momento giusto per un cappuccino e il sole ha la sua rivincita.

Giovanni questa distanza l’ha attraversata tutta. Era il 2010 quando si è trasferito nel Western Australia, poco dopo aver preso la laurea in Ingegneria. È a Perth che ha diretto il suo primo cortometraggio – che da novembre scorso sta girando per prestigiosi festival internazionali ed è sbarcato anche agli Hollywood Film Awards, nei suoi amati States –, ed è lì che lo ritrovo, parlando del suo corto, di dove vivano gli squali e delle coincidenze. Di quello che si dimentica quando si emigra e di quello che invece rimane.

Da dove è nata l’idea per The swimmer, questo tuo primo cortometraggio?

L’idea per questo corto è nata da un incubo, in cui venivo attaccato ad una gamba da uno squalo. Un incubo generato da una serie di fobie che mi accompagnano fin da piccolo, quando mia madre mi assillava con le sue premure dicendomi “stai attento perché nell’Oceano Indiano ci sono gli squali!”. Il giorno dopo l’incubo, parlandone in ufficio con un mio collega, mi raccontò di suo fratello, che a 14 anni era stato attaccato al braccio da uno squalo nella Barriera Corallina. Così ho pensato di utilizzare questa storia, l’attacco di uno squalo, come pretesto per raccontare in realtà qualcosa di ben differente, soprattutto attraverso delle immagini che mi piacessero. La storia infatti è molto semplice, è stata scritta in un paio di settimane, mentre il lavoro sulle inquadrature è stato un percorso di composizione più ricercato. Le scene finali, che ho scelto da un bacino ampissimo di immagini, erano quelle che più mi aiutavano a servire la storia, e, perché no, anche il mio piacere personale. C’è stata una forte volontà da parte mia di rendere omaggio ai registi che amo. Ogni inquadratura è infatti una piccola serie di riferimenti ai miei film preferiti di Kubrick e di Spielberg, oltre a quelli di Terrence Malick. Anche le musiche sono un omaggio a quel capolavoro del cinema che è Il petroliere di Paul Thomas Anderson.

Come è stato per te dirigere gli attori? È stato più facile visto che anche tu lo sei stato?

Credo che dirigere degli attori sia più facile se hai studiato recitazione. Mentre ero all’università, ho studiato a Bologna alla scuola di teatro Alessandra Galante Garrone. Anche se non l’ho finita, mi ha aiutato molto come regista. Recitare ha regole ben precise, applicate da sempre e solidificate nel tempo dal suo interno. È uno dei giochi più difficili e al contempo più divertenti e belli. Ti fa giocare con la mente ed il corpo, ti fa entrare nei panni di un’altra persona, te la fa conoscere a fondo per poi farti scoprire così anche nuove parti di te. È meraviglioso. I bimbi invece hanno dinamiche completamente diverse, con loro si deve usare l’istintività e molti “takes”.

Courtesy Giovanni Basso

I bambini, appunto. Come è stato lavorare con loro? Come vedevano questa storia?

Gli americani dicono “Never works with kids or animals”, io dopo questo cortometraggio lo ritradurrei con “Never works with kids ‘cause they are animals”! I genitori mi hanno comunque dato una grande mano, prendendosi una settimana off dal lavoro per seguirli durante le riprese.

Tommaso, il protagonista, l’ho scelto per caso. Un mio amico mi aveva fatto vedere la foto di suo figlio, che subito mi aveva incuriosito. Quando l’ho conosciuto, mi ha fatto capire quanto ci tenesse a questo ruolo. Per tutti i sette giorni di riprese si è messo a disposizione 12 ore al giorno, con una forza di volontà immensa. Una prova notevole, per un bimbo di otto anni! Invece Finleigh, la sua sorellina, è stata più difficile da trovare, ma è stata una grande soddisfazione, sono contento di aver scelto lei. Per il resto tutti i bimbi si sono appassionati subito alla storia, anche se nessuno sapeva come sarebbe finita, tanto che abbiamo girato tre diversi finali. Ciò li aiutava ad avere una maggiore aderenza al personaggio perché, se è vero che il cinema è quell’arte che più di altre può emulare la vita, è proprio della vita non sapere mai cosa essa ti metta davanti agli occhi. L’idea che si muovano in uno spazio ristretto senza sapere cosa accadrà comporta il fare una performance più autentica, più drammatica nel senso etimologico del termine. Ho voluto descrivere una situazione che non riesci a gestire, con reazioni simili a quelle che si avrebbero nella vita vera.

Nella scena in cui la famiglia si trova riunita attorno alla tavola, c’è un’infinita freddezza. Si avverte un grande sbilanciamento tra il dentro e il fuori, quasi come ci fosse più umanità, per assurdo, in giardino mentre il bulletto prende in giro il protagonista. Come sono le case in Australia?

La scena della colazione riflette un senso forte di solitudine, è vero. I personaggi non dicono una parola, non c’è alcun tipo di scambio. Sono tutti in silenzio, la madre assume la sua funzione, ma non capisce realmente le esigenze del figlio. È una preoccupazione fine a se stessa. La sorellina assorbe tutta questa violenza, fa da spettatrice. Si crea una situazione asettica di fondo, che è voluta e non voluta. Le case qui, infatti, sono assai diverse rispetto a quelle che ci sono in Italia. Qui, generalmente, sono più spoglie e quella scelta per il corto è una via di mezzo tra vecchio e nuovo. Fatta negli anni ’50 in stile tipicamente anglosassone, è stata poi ristrutturata negli anni ’80, apportandole elementi che sono più moderni e freddi: le pareti bianco lucente, la cucina grigia, una casa per nulla solare. È stata una scelta indubbiamente anche simbolica, che evidenzia l’isolamento di questa famiglia. L’atto stesso di violenza che emerge nel corto viene fatto sì scattare dal bulletto, ma nasce da qualcosa di diverso. Nasce all’interno del nucleo famigliare, dove questo bambino non viene capito. Questi bimbi vivono dentro al puzzle disordinato della realtà, che è disumana.

Perché hai scelto Tommaso per interpretare il ruolo del protagonista?

Per diversi aspetti, il primo dei quali di tipo pratico: mi serviva un bambino che sapesse nuotare e Tommaso è bravissimo. Ha già vinto vari premi, passa ore e ore in piscina ad allenarsi. Della storia poi, lo ha molto colpito il concetto di superare le proprie paure. Soffriva spesso di attacchi di panico, forse legati al fatto di essere il primogenito. Lavorando al corto si è reso conto della capacità di trovare il coraggio che risiede in ognuno di noi. La storia voleva mostrare anche questo. Tommaso è riuscito a superare i suoi pianti isterici e oggi non ne soffre più, grazie alla sua forza di volontà, alla passione per il nuoto e grazie anche a un po’ di sano narcisismo. Ora lo riconoscono a scuola e per strada, è diventato un piccolo Brad Pitt e lui ne è felice.

Tommaso è nato a Lucca, poi i suoi si sono trasferiti in Australia. L’italiano in questo caso ha creato un’unione tra attore e regista, rispetto al resto della troupe. La barriera linguistica tra me e lui è stata comoda, perché ha creato una privacy nel girare certe scene che altrimenti non ci sarebbe stata.

E tu, Giovanni, hai superato la paura legata agli squali?

Come tanti europei qui, anch’io le attività come il surf o il kitesurf non le ho ancora assorbite, forse proprio perché il pensiero degli squali non mi fa stare tranquillo. Faccio il bagno, quello sì, ma nelle zone più vicine. Anche se mi è capitato solo una volta di sentire le sirene dell’allarme, la fobia degli squali è una cosa che ci è stata inculcata fin da piccoli. Il film di Spielberg ha lavorato in ognuno di noi l’archetipo del mostro mangia umani e sputa sangue, creando una combinazione del tipo: squalo – attacco – morte. In realtà uno squalo attacca raramente e se lo fa è solo per difendersi, perché non gli piace la carne degli esseri umani, è troppo acida per lui, infatti la sputa subito. Il terrore per questo animale è soprattutto in Europa, qui se ne sbattono proprio.

La metafora dello squalo che ho voluto dare in The swimmer va infatti in ben altra direzione: gli squali sono nell’oceano o sono a casa con noi mentre facciamo colazione? Gli esseri umani sono gli animali più violenti che popolano la terra.

Era il 2010 quando a soli 26 anni ti sei trasferito a Perth. Perché sei finito in Australia?

Ci sono finito un po’ per caso e un po’ per destino. Il mio prozio, lo zio di mia madre, finì in Australia nel dopoguerra e quando io e i miei fratelli eravamo piccoli, ci veniva a trovare una volta l’anno e ci raccontava delle storie incredibili sul quel continente distante, che forse mi sono rimaste dentro a sedimentare più di quanto immaginassi. Avevo appena finito l’università quando quattro anni fa una persona australiana mi disse che se cercavo da lavorare, in Australia le possibilità c’erano. Così ho preso subito un aereo, e le possibilità si sono create. All’inizio l’ho vista come cosa casuale perché io sognavo da sempre gli Stati Uniti, ma nel tempo trascorso qui è riaffiorato l’amore che nutro per questo gigante isolone. Ora vedo l’Australia come la città futuribile e futurista, ovvero quello che l’Europa non è e vorrebbe imparare ad essere. Se noi dell’antico continente viviamo immersi in una gabbia creata nei secoli da preconcetti sociali e da costrizioni economiche, l’Australia sembra far respirare un’aria più pulita e libera. Se hai voglia di fare, e nei campi più disparati, qui ti prendi delle soddisfazioni, oggi come oggi più difficili da realizzare per chi vive in Italia. Il continuo martellamento di giornali e tv negli ultimi vent’anni non ha fatto che vendere del negativismo, perché è il prodotto che rende di più. Questo immobilismo, il pensare che tutto andrà male e la precarietà che respiri, ti rende difficile pensare diversamente. Invece qui già da giovanissimi si fanno figli, si lavora fino alle 5 del pomeriggio e poi ci si prende il tempo per godersi la vita, senza lo stress della civiltà occidentale in cui la vita ti scivola via. Qui c’è una struttura che ti permette di godertela, la vita. Non che sia tutto rose e fiori, eh. Entri comunque nella loro realtà da immigrato. Però sentirti un immigrato può anche far bene alla pelle, te la inspessisce un po’ e in fondo ti ricorda che un po’ lo siamo tutti.

Dalla spiaggia di Perth, Western Australia, cosa ti manca di Ferrara?

Mi manca la mia famiglia, mi mancano i miei amici. Per quanto riguarda Ferrara, no, non tanto direi. Anche se a livello architettonico è unica nel suo genere, con quella sua bellezza estetica immobile, non mi manca vivere a Ferrara. L’Australia occidentale vive in uno spazio grande quanto l’Europa e, nonostante i suoi due milioni di abitanti, l’approccio da paese c’è anche qua. Perth è una piccola metropoli, ma in realtà è come se anche lei fosse solo un grande paesone. In più c’è una casualità architettonica che la collega a Ferrara: anche qui ci sono due arterie principali che la tagliano in due. Perth, in fondo, ha una struttura assai simile a quella di Ferrara.

A proposito di Ferrara, mi sono riguardato Antonioni da poco. Sai una cosa? Credo che Ferrara sia una città talmente bella che sullo schermo non si è mai riusciti a rappresentarla adeguatamente. Se penso a Roma, le è stata resa giustizia in tanti film, mentre l’immobilità architettonica ferrarese, le sue geometrie… Nel cinema proprio non rendono. Il paragone che più mi viene in mente è col calcio, che rispetto ad altri sport non riesce ad essere filmato. Ferrara, nonostante Antonioni, è come se non riuscisse ad affascinare le telecamere. Non passa neanche un decimo della sua bellezza.

http://www.theswimmershortfilm.com/

1 Commento

  1. Nel ringraziare Listone Magazine e Anja Rossi per l’interessante intervista, ricordo che il corto “The Swinner” di Giovanni Basso è stato proiettato in anteprima nazionale alla Porta degli Angeli, lunedì 28 Aprile 2014 , in occasione della giornata speciale di creatività giovanile organizzata dall’Associazione Arch’è per festeggiare la seconda proroga dell’assegnazione alle cinque Associazioni della RTA della gestione della Porta degli Angeli fino al 31 Agosto e soprattutto l’uscita del nuovo bando.
    http://www.listonemag.it/evento/the-swimmer-pietra-muta-in-concerto/

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