Cosa ci fanno sei tedeschi in frac nel giorno della Giornata della Memoria? Ma ovvio, cantano Baciami piccina al Teatro Comunale di Ferrara. Per capirci qualcosa dobbiamo cominciare la storia dall’inizio.

A quella mattina che sapeva di pioggia del 27 gennaio. Il primo a scendere nella hall dell’albergo è Olaf, sguardo serio, frac inamidato sotto braccio. Ralf, Wolfgang, Philipp, Holger e Horst lo raggiungono subito dopo, con gli abiti di scena a puntino, brillantina compresa. “Siamo onorati di essere qui” dice Horst, il pianista, in un italiano niente male. La prima domanda la fanno loro: “Dov’è un buon ristorante?”.

Chi sono i Berlin Comedian Harmonists? Prima di tutto sono sei, tutti tedeschi ma non tutti di Berlino, anche se la capitale resta il loro campo base. Sono cinque cantanti e un pianista con un repertorio che è un omaggio a un altro gruppo tedesco, i Comedian Harmonists che fecero ballare l’Europa negli anni’20. Erano i Beatles del loro tempo, come racconta Horst, la prima boy band della storia. Si esibivano in uno stile unico cantando i canti popolari, la musica classica e le canzoni dell’epoca. Oggi i loro eredi non sono da meno: i Berlin Comedian Harmonists non sono solo virtuosi del canto,  fanno anche morire dal ridere. Sul palco i più espressivi sono Philipp, la versione spilungona di Totò, e Olaf, che con la sua faccia e il suo monocolo sembra appena sbarcato da un mondo che non c’è più. Le loro canzoni sono serie, alcune malinconiche, altre buffe, e tutte accompagnate da smorfie ben calibrate, accenni di balletti, sguardi sbilenchi, espressioni da cabaret, in contrasto perfetto con la loro presenza scenica,  con il loro bianco e nero rigoroso. L’effetto comico è assicurato. Ma è un comico sofisticato, d’altri tempi, classico e vintage al tempo stesso.

“E’ la prima volta che veniamo a Ferrara ma non la prima in Italia” ci raccontano mentre attraversiamo il castello e incespichiamo sui ciottoli.
“Dove vi siete esibiti?”
“Due giorni fa a Gorizia, anche lì per la prima volta”.

Dario, il manager italiano, dice che è stato un successo: son venuti ben in trecento, si sono divertiti  e poco importa che la maggior parte delle canzoni sia in tedesco. Perché la musica parla in tutte le lingue, dice Ralf, lisciandosi il gilet bianco avorio. “Si, questa è la musica degli anni d’oro” continua Olaf posizionando con cura il suo monocolo “ i ruggenti anni venti, lo swing europeo, non c’è bisogno di traduzione”.  A Vicenza hanno fatto il tutto esaurito e a Gorizia hanno venduto una cinquantina di cd in una sola serata. Gli anni ‘20 sembrano tornati di moda e fanno rima con Charleston e frange, con spalle nude e capelli alla maschietta.

Anni ’20, capelli alla maschietta, Ferrara… vi dice niente? A due passi dall’albergo dei sei cantanti tedeschi c’è la casa atelier di Elena Massari, che abbiamo già conosciuto l’estate scorsa: http://www.listonemag.it/2013/06/04/gli-abiti-silenziosi-di-elena-massari/. Non che Elena crei solo abiti anni ’20 ma la sua fama è indiscutibilmente legata a quel decennio da favola. Decidiamo di passare a salutarla, i tedeschi in frac vogliono lasciare un omaggio all’ambasciatrice del vintage della città. Elena Massari ci apre la porta, calze d’epoca e caschetto alla Louise Brooks.

Ma c’è un problema. Philipp, il baritono, è allergico ai gatti. Pony, il gatto nero di Elena Massari, deve sloggiare.  A casa dell’esteta, tra colletti collegiali e pizzi valenciennes, vien subito voglia di mettersi in posa e di giocare un po’, come i bambini che rovistano nel baule della nonna. Vi regaliamo gli scatti di un piccolo pomeriggio direttamente dalla casa degli anni ruggenti. Proprio come le creazioni di Elena anche i Berlin Comedian Harmonists sono artisti fini e carismatici, con un umorismo elegante e non urlato, capaci di virtuosismi e arrangiamenti originali.

Foto di Giacomo Brini

“Che differenza avete trovato tra il pubblico italiano e quello tedesco?”
“ Nessuna, davvero. Si divertono entrambi allo stesso modo”.

Bene, ma ancora non abbiamo capito che cosa ci fanno sei tedeschi in frac sul palco del Comunale proprio il Giorno della Memoria. Lo scopriamo la sera stessa. Tra una canzone e l’altra, tra un Veronica der Lenz ist da e un Baciami piccina (sì, proprio in italiano) sono proprio loro, a turno, a presentare la vera storia dei loro modelli, i Comedian Harmonists. Fingendo di leggere da un diario raccontano in italiano (solo uno su sei vanta una pronuncia alla Torakiki) la loro storia passando dalla gioia degli inizi – sei giovani spiantati nei primi anni dieci del ‘900 che si trovano a fare il provino della loro vita – al successo – le tournée in tutta Europa fino ai teatri di New York. Dalla fama allo scontro con il Nazismo e alla fine, quella inevitabile. Perché fu proprio quello a stroncare il successo della prima boy band del Novecento: tre di loro erano persone di serie b. Non ariani. Ebrei. Il loro canto spiritoso e allegro fu soffocato proprio all’apice del successo. Videro il nazismo rompere le vetrine dei negozi ebrei nella peggiore notte del secolo e sentirono gli scarponi neri marciare sopra loro testa. Per i Comedian Harmonists, per metà impuri, fu la fine.

Ecco perché oggi i loro degni eredi cantano sul palco canzoni anni ‘20 pieni di doppi sensi giocosi, in un canto sempre sospeso tra lo scherzo e lo struggimento.

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