Claudio e io ci incontriamo da Roberto, uno dei più antichi locali di Almagro, nel cuore popoloso di Buenos Aires. Il barrio è situato proprio al centro della capitale argentina.  Casermoni costruiti senza grazia lasciano il posto ogni tanto a piccole casette in stile portoghese, colorati e fragili souvenir del passato coloniale. Da Roberto il tango non si balla ma si ascolta, schiacciati tra la polvere delle vecchie bottiglie, nelle narici il fumo acre delle sigarette. Anche in Argentina è vietato fumare nei luoghi pubblici ma in questa particolare osteria la tradizione vince la norma.

Claudio e io non ci conosciamo, ci siamo dati appuntamento via mail. Lo incontro per farmi raccontare perché può accadere di nascere a Jolanda di Savoia e trovarsi a vivere nella seconda più grande metropoli sudamericana. Ci riconosciamo a vicenda senza troppe difficoltà. Lui ha trent’anni, si è laureato in cultura e diritti umani a Bologna, ha frequentato un master a Roma ed è diplomato Ditas. Attualmente lavora come insegnante in una scuola bilingue. Prima di trasferirsi ad Almagro ha vissuto per qualche anno a Londra.

Da cosa deriva questo desiderio di cambiare? Cosa ti mancava nel ferrarese?

Vengo da Jolanda di Savoia, ridente paesino detentore del record di depressione, fondato nel 1910. Prima? Solo acqua e zanzare. Se cresci a Jolanda hai un certo pedigree. Vento d’estate voi che fate? Vento d’estate andiamo a lavorare! Quaranta gradi e spostare le cocomere. Però è formativo. Io lo proporrei nelle scuole. Ferrara non l’ho mai frequentata, anche se ci ho studiato negli anni del liceo. La trovo una città estremamente provinciale, non mi piace per niente. Io sono un anti-ferrarese. Quando a 19 anni sono andato a studiare a Bologna la mia vita è cambiata in meglio. Quando torno vado ovviamente a trovare mia mamma, più altre cinque/sei facce. Amicizie che mi porto dietro dalle superiori. Appena metto piede in città è uno spettacolo: mando qualche messaggio e riscopro il centro, mi piace girarlo, è un gioiello incredibile. Mi meraviglia. Poi sento le ultime e la voglia di starci mi cala. Trovo gli stessi ceffi che vedevo l’estate ai Lidi, quando avevo quattordici anni, che facevano i fighi perché erano di Ferrara. A quell’epoca per me loro erano inarrivabili. Adesso torno e li vedo ancora lì, fermi.

La crisi che ha portato tanti ragazzi italiani a cercare fortuna altrove sembra avere inciso poco o nulla nelle tue scelte…

Crisi è una parola che odio, sono stanco di chi si riempie la bocca con questa parola. Noi la vera crisi non sappiamo cosa sia. Le nostre famiglie sono quelle del comunismo borghese e in Emilia Romagna dobbiamo solo dire grazie. Sono orgogliosissimo di essere emiliano. A dir la verità sento più l’appartenenza regionale di quella nazionale. Di essere italiano ogni tanto mi vergogno, di essere emiliano mai.

In Argentina ti senti un immigrato?

Io sono qui da due anni e ancora non mi è arrivato il Dni para estraneros, sarebbe la carta d’identità per gli stranieri. Senza quella non puoi avere un numero di telefono, non puoi avere un conto in banca, nei musei paghi di più. È la logica del Sud America, per non essere succube dell’occidente. Il primo anno lavoravo praticamente in nero, quest’anno sono regolare. Spero che mi rinnovino il contratto.  Gli stranieri che hanno la pelle bianca qui godono comunque di abbastanza privilegi, non vivono le discriminazioni che toccano agli altri sudamericani. Però a livello legale è tosta, anche perché stanno restringendo le politiche migratorie. Ad esempio: non puoi più venire qui con un biglietto di sola andata.

È stato difficile assorbire il cambiamento, adattarsi alla città?

Per stare a Buenos Aires ci vuole la corazza. Lo dico non perché io sia Rambo ma perché lo vivo sulla mia pelle. Qui nessuno ti dà il tiro quando citofoni, ti vengono ad aprire. Ed è importante non “tenere mala cara” [non avere una brutta faccia – ndr]. Se hai un berrettino un po’sciatto non ti aprono. La distanza tra ceti sociali è profondissima: bastano i vestiti che indossi o il colore degli occhi per etichettarti.  Le persone più povere hanno tutti cognomi di origine spagnoli: Gomez, Salazar, Chavez. Se hai la laurea entri nell’olimpo sociale. Sei dentro o sei fuori, la classe media in percentuale è sottilissima. È come vivere nell’Italia degli anni Sessanta per alcuni versi. La domenica si mangia dalla mamma, al bar impazziscono per il Fernet. Usano il Cinzano e l’amaro Strega. Il fatto è che l’immaginario delle tantissime famiglie di origine italiana si è cristallizzato. Gli argentini sono come noi, ma in modo esponenziale, eccessivi nel bene e nel male.

Da un punto di vista economico cosa comporta trasferirsi qui?

Buenos Aires è carissima: il mio appartamento  si trova al nono piano, ha un bel balcone e lo spazio per la parilla (ovvero la griglia – ndr). L’affitto costa 900 dollari al mese. Venire qui non è molto conveniente, quando devi tornare a casa spendi almeno 1500 di viaggio. Le bollette però costano molto poco, tranne in alcuni quartieri chic. Paghi la luce e l’acqua ma il costo è bassissimo, la differenza la mette il governo che dopo il 2001 si è fatto carico di tutto. L’inflazione resta incredibile, gli argentini ci soffrono da sempre. Noi non sappiamo dove sta la gente che sta male. Ogni domenica mi suonano il campanello per chiedermi se ho dei vestiti da regalare, qualcosa da mangiare. Il reddito minimo sociale è garantito per chi fa dei figli, ci sono delle sovvenzioni. È stata una battaglia della destra, basata sull’idea che così almeno le persone non vanno a rubare, anche se sono senza lavoro.

Segni particolari degli argentini, o meglio, dei porteñi?

La gente è iperconsumista: compra tutto, qualsiasi cosa. Capita spesso di vedere famiglie povere, con quattro o cinque figli, che si fermano a comprare il dolciume, la cazzata per il bambino. Hanno un rapporto diverso col denaro. Mi incantano le stronzate dei tassisti, hanno tutti un figlio in prova alla Juventus. Quando dicono queste cose tu devi rincarare. Intortare la gente dicendo cazzate, così a gratis, è un modo di essere. Il porteño è chamuyo, o lo ami o lo odi. non riesce a staccarsi dalla sua città, per la quale prova un amore viscerale, è come il romano a Roma. È un uomo dai mille intrallazzi, tutto un continuo “bulodo”. [Piccolo intervento chiarificatore: il sostantivo chamuyo deriva dal verbo chamuyar, appartiene al lunfardo, il gergo tipico delle tangherie, significa più o meno parlare in modo confidenziale e adulatorio  per ottenere qualcosa,  per convincere. Boludo viene tradotto dal Grande Dizionario Hoepli come coglione, stronzo. Si usa per saluti cordiali e meno cordiali – ndr]

Dal tuo racconto emergono diverse criticità, contraddizioni sociali tipiche dei Paesi che hanno attraversato un periodo di forte colonizzazione. Cosa ti spinge a rimanere?

É un’esperienza di vita. Ti sovraccarica i nervi. Buenos Aires è un essere mostruoso, una Babilonia gigante, ma la cultura è fruibile praticamente gratis e di alto livello, anche quando si sviluppa in contesti amatoriali. Tutti frequentano un corso di qualcosa. Ad Almagro poi sto bene, è un bel quartiere, non è chic come Palermo.

Cosa significa?

Palermo prima della crisi era famoso per i ladri e per i trans ma poi è stato rivalutato. Adesso è pieno di locali fighetti, tignosi, gente che si atteggia all’europea. Per chi frequenta questi posti Miami è come la mecca. È la cultura della nuova generazione sudamericana, nemmeno tanto argentina, perché l’Argentina è un paese fintamente sudamericano.

Come va il lavoro?

Lavoro tanto, più qui che a Londra. A volte finisco di notte, cioè quella che qui chiamano noche, sarebbe quando fa buio. Inizio alle 8 di mattina e finisco verso le 9 di sera. Per essere al lavoro alle 8 mi sveglio alle 6, vado col treno della morte. Da quando ho cominciato ci sono stati due incidenti mortali. Quando torno in Italia e prendo il regionale da Bologna a Ferrara penso: cazzo, la civiltà! Insegno in una scuola bilingue, privatissima. Chi può permettersi la privata non manda i figli alla pubblica. Le mie materie sono storia in italiano, italiano e inglese. In questo periodo sto insegnando l’Unità d’Italia, i ragazzi non ci credono. Non riescono a concepire il fatto che il nostro Paese sia più giovane del loro. Si stupiscono di tutti i sotterfugi, degli affari sottobanco. Alla fine Cavour era mercante. Oltre che a lavorare per la scuola collaboro con l’Università e con l’Istituto italiano di cultura all’estero, che fa parte dell’ambasciata. Ho più mercato all’estero che in Italia.

Prospettive per il futuro? Si resta, si riparte o si torna?

Non crescerei mai un figlio qui, la città mi piace ma solo per passarci un periodo di tempo, non l’intera vita. Nel mio futuro vedo l’Italia, qui ti appiattisci nel presente. L’unica certezza che ho è quella di tornare, ma non so quando succederà e nemmeno che tipo di cammino mi riporterà a casa.

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