COME SI È ARRIVATI A TUTTO CIÒ

Nell’ormai “lontano” 1997 otto ferraresi appassionati di arte fondarono l’Associazione Pro Art, frutto della pubblicazione della rivista Palco, dedicata all’ambito culturale cittadino. Diverse sono state le sedi dell’Associazione: in via Garibaldi, poi in via de’ Romei e in via Del Turco. L’Idearte Gallery, in via Terranuova, 41 è ancora oggi la “casa” dell’Associazione, nella quale vengono presentate numerose personali e collettive di artisti da tutta Italia, e non solo.

Ormai da tredici anni Pro Art, in diverse location cittadine, organizza la Biennale Internazionale d’Arte di Ferrara, un’iniziativa culturale volta a promuovere artisti soprattutto emergenti, e a incentivare la contaminazione tra questi, critici d’arte, esperti del settore e semplici amanti e curiosi. Dal debutto, Cromaticos, nel 2000, molto forte è stato l’interesse per questo evento unico nel panorama cittadino, all’interno del quale le arti visive assumono significati sempre diversi grazie alle innovazioni artistiche e tecnologiche proposte.

Così con New code. Nuovi codici d’arte visiva, svoltosi da venerdì 25 a domenica 27 ottobre nell’Imbarcadero tre del Castello Estense di Ferrara, è stato ufficialmente inaugurato il percorso che sfocerà, da giugno dell’anno prossimo, nella VII° edizione della Biennale. Una prima tappa che ha visto più di trenta artisti esporre le proprie opere, con la speranza di essere selezionati per il grande evento. Uomini e donne, giovani e meno giovani, provenienti da ogni parte d’Italia, con storie diverse alle spalle, con stili e sensazioni spesso contraddittorie. Una bolgia di tele, effetti cromatici, riflessi, richiami reciproci che accompagnano il visitatore lungo le due sale.

Un contrasto caotico e sempre imprevedibile, una galleria sotterranea dove la superficie urbana sembra distante miglia. Infatti, più ci si sposta con lo sguardo, col corpo e il cuore da un’opera all’altra, sempre più remoto diviene il ricordo della luce diurna. Un’alienazione volontaria per chi, avvolto nel calore dei fari, abbandona, prima di entrare, le regole limitate del razionale agire quotidiano.

Foto di Lucia Ligniti

INCOMUNICABILITÀ E CUORI SQUARTATI

In fondo alla lunga e stretta galleria dell’Imbarcadero termina l’esposizione delle opere. Al centro, invece, alcuni gong e strumenti etnici sono stati installati per l’esibizione di Mirrorlight.

Proprio qui, alla fine di questo buio tunnel il veneziano Marino Ficotto, in arte Fic8, mi guida tra i suoi dipinti nei quali i giochi di colori attraggono rallegrando. Opere vivaci, vibranti, che trascinano chi le guarda in uno spazio onirico. Basta spostarsi di pochi metri e forte è l’impatto con la “trilogia amorosa” di Fabio “Snoze” D’Agostino, 25enne di Erba. La sua materialità è carica di vortici cromatici strazianti. S’inizia con Love will tear us apart, omaggio ai Joy Division, in cui la carne ferita e squartata sembra pulsare e grondare sangue nel dolore del distacco, dell’abbandono. Lo stesso smembramento che si prova anche quando riaffiorano i fantasmi dal passato, dal buio, tema del secondo passaggio, della tela Phantasmagoria. Fino ad arrivare all’ironica, ma non troppo, Cardiogastrite, nel quale si racconta dello sconvolgimento amoroso, anche qui passando direttamente per la materialità, per le conseguenze sul nostro corpo come spie delle sofferenze dello spirito.

Come mi fa notare Paolo Orsatti, presidente della Pro Art e curatore della mostra, una statua posta più avanti, unica scultura esposta, ricorda la testa di Maria, robot protagonista del film Metropolis di Fritz Lang. La “debuttante” Irene Balzaretti con quest’opera trasmette fin da subito il senso di quel nome da lei attribuito, Incomunicabilità. Metà del volto, infatti, è celata dai capelli, ma è tutto l’insieme a trasmettere un senso d’inquietudine, per questa impossibilità della comunicazione resa in una forma fissa e distaccata, e in questo così diversa dal caos delle tele di D’Agostino.

DONNE CROCIFISSE, DONNE SBOCCIATE

Il tema della difficoltà della donna a esprimersi in modo autentico, dunque a comunicare realmente la propria essenza si ritrova al centro delle opere di Enrico Dalfiume, artista meranese a tutto tondo: è, infatti, anche giornalista, poeta, disegnatore di borse e calzature, nonché artigiano del vetro.

Sono le stesse atmosfere fosche di Metropolis a essere, involontariamente, richiamate nelle sue tele, come sfondo opprimente, come ambiente urbano incattivito, soffocante. Una pesantezza ben espressa nell’approccio fortemente materico, una rappresentazione dura ma veritiera della “condizione umana”, costretta a vivere la propria alienazione nel nulla delle metropoli moderne. Le donne crocifisse di Dalfiume sono, perciò, l’emblema di questa limitazione, un monito forte a rompere questa cappa di paura e di smarrimento.

Un amore compassionevole, chiaro e profondo per l’universo femminile traspare dunque da queste tele. Ciò che è atteso, ciò che è sperato è che la donna possa sbocciare come un fiore, possa mostrare pienamente la propria luce, i propri colori. Andrea Govoni, giovane architetto ferrarese (l’unico “indigeno” presente assieme a Massimo Rubbi), è l’autore di quest’omaggio floreale. Il suo Blooming Women – Se son donne fioriranno cita Big nudes di Helmut Newton ma vi aggiunge un’unica figura maschile, l’unico fiore (ancora) chiuso. Diverse sono le sue opere esposte all’entrata dell’Imbarcadero, come giusto riconoscimento per l’estro e l’ecletticità di questo giovane artista. Così si spazia dalla sensualità dei due Amanti alla (poco sensuale) meccanica volontà del computer, ormai vero e proprio soggetto reificante. Oppure, dal geniale London – Paris 2 feet ai sarcastici Dolce America e Italioti, amare e ironiche rappresentazioni dell’ “amore” per la guerra.

Un lungo viaggio, un’immersione in atmosfere, riflessioni ed emozioni differenti: questo è stato, dunque, New code. Se questo è solo un primo assaggio, la Biennale 2014 promette davvero bene.

È stata un’esperienza interessante discendere nei sotterranei del Castello per questo percorso. Un vero e proprio bagno nei mari più inconfessabili dell’umano, a contatto col divino, oltre la passività della materia. E cos’è questa sublime estraniazione se non il senso autentico della creazione e della fruizione artistica?

8 Commenti

  1. Paolo Orsatti scrive:

    Formidabile Andrea Musacci, ha colto le essenze storiche di un percorsovariamente umano, di questa strana-straordinaria Pro Art che da cinque lustri “imperversa” nell’arte e nella cultura ferrarese.

  2. e.dalfiume scrive:

    Grazie per la cortese ed appasionata recensione

  3. Grazie a Paolo Orsatti e Andrea Musacci

  4. Marino Ficotto scrive:

    un grazie a Paolo per l’ospitalità e a ad Andrea per la disponibilità, arrivederci a presto .

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