«Dovrebbero lasciarlo aperto ma senza intervenire, sarebbe perfetto per farci delle feste con musica elettronica, non rave del cazzo eh?».

«Mi domando come abbia fatto a ridursi così, se uno ci entra senza sapere niente sembra solo un cantiere».

«Ho abitato sei anni in piazza Verdi ma non c’ero mai stato, non credevo fosse così grande. Su internet avevo visto alcune foto, un po’ me l’ero immaginato. È veramente bello, non ci sono molti teatri con una lanterna così grande».

«Sarebbe perfetto per farci un locale underground, alla maniera nordica, ci sarebbe anche il parcheggio vicino».

«Lo pensavo più distrutto».

«Vorrei che riaprisse, ma ristrutturato. Potrebbe starci un teatro, un cinema. Non sarebbe male installare uno di quei meccanismi che all’occorrenza rialzano la platea, la portano a livello con la scena. Così quando serve si potrebbe trasformare lo spazio in una grande sala da ballo».

«È affascinante, uno scheletrino. Io ci venivo da bambino e mi ha fatto uno strano effetto entrarci dalla via laterale, prima l’ingresso era di fronte. Qui dove siamo adesso una volta c’era il palcoscenico, un mistero svelato. Ora stiamo tutti sul palco ma dall’altra parte – dalla parte del pubblico –  non c’è nessuno».

«Per riaprirlo basterebbe cominciare da un’iniziativa anche banale: il classico banchetto in piazza, per chiedere un euro a testa. Io sono pugliese ma abito qui da dieci anni, confido nell’intelligenza e nella solidarietà dei ferraresi».

«Una volta le panche di legno, nel loggione, sembravano onde. Ci stava tantissima gente ma ovviamente quelli dietro non vedevano niente. Quello spazio lo chiamavamo al granar, il granaio. Io e i miei amici venivamo qua prestissimo per prenderci i posti davanti. Eravamo ragazzini. Guardavamo il film, poi la rivista, poi di nuovo il film – che era lo stesso – solo per vedere nuovamente l’inizio della rivista. Poi dovevamo andare a casa, e si arrivava che era sempre troppo tardi e i genitori ci sgridavano. Adesso tutto sembra più piccolo».

«Sono venuto a Ferrara per il Festival di Internazionale, il teatro l’ho scoperto questa mattina. Sicuramente è molto suggestivo, la sua destinazione futura non può che essere rivolta alla fruizione artistica e culturale. Io ci farei uno spazio polivalente, aperto a tutti i linguaggi della creatività».

«Ci venivo da studente! Qui organizzavamo le assemblee scolastiche più grandi, quelle con i rappresentanti di tutti gli istituti superiori».

«Hanno fatto bene a interrompere il progetto del teatro dedicato alla lirica, sarebbe stato insostenibile da un punto di vista economico. Ben venga ora un confronto aperto con la cittadinanza per capire come sfruttare questo spazio».

«In piazza c’era una bacheca che dava su via Carlo Mayr. Da una parte pubblicavano la programmazione del cinema, dall’altra quella della rivista. E c’era la gente che passava davanti e poi si lanciava la voce: “hai visto chi viene?”».

«Si capisce che questa struttura una volta era bella, ma ora non è rimasto più niente di storicamente conservato. Chissà dov’è finita tutta quella roba. Non si riesce nemmeno bene a identificare in che epoca è stata costruita. Vedi quell’angolo lì, con i mattoni nuovi? Si chiama “cuci-scuci” quel tipo di intervento, hanno tolto i mattoni ammalorati e li hanno sostituiti».

«Venivo a vedere la rivista quando avevo dieci, undici anni. Mi portava mio papà prima di Natale, come regalo. Era verso la fine degli anni Cinquanta».

«Hanno fatto bene a riaprire questo posto, molta gente non l’aveva mai visto. Lo spazio è veramente grande, io per farlo sistemare sarei disponibile ad autotassarmi un pochino».

«Mi ricordo quando dovevo affittarlo per farci le assemblee delle superiori. Giravo per la scuola con la sportina piena di monete, facevamo la colletta, si passava per le classi a raccogliere i soldi ma nessuno aveva la carta».

«Ci sono entrato e la prima cosa che ho pensato è stata: che cagata! Poi ho cambiato idea, l’atmosfera era piacevole. Se ci rifletti è un gran posto».

«Il sabato e la domenica venivano le compagnie un po’ scollacciate. C’erano però anche i comici, i cantanti. Le ballerine non mancavano mai. Giù per settimana proiettavano due film al giorno, facevi un biglietto e li vedevi tutti e due».

«Credo di esserci venuto una volta ma ero proprio piccolo piccolo. Con mio nonno. Avrò avuto sei anni».

«Ci vorrebbe un investitore straniero che lo riattivi. Potrebbe diventare una tappa interessante per le compagnie teatrali emergenti. Bisognerebbe cominciare con pochi incassi e tanti sponsor, senza fare troppo gli schizzinosi. Non dico di organizzarci dentro le feste fricchettone, però una pièce sperimentale africana ci starebbe».

«Mi ricordo i comizi del Pci, quando ero un giovane militante. Era stracolmo di gente. Qui è passata Nilde Iotti, Pajetta. Tutti i grandi del partito. Era vicino alla Camera del lavoro».

«Quell’apertura centrale è famosa, ma non ricordo se d’estate l’aprivano come al teatro Nuovo».

 

Queste sono solo alcune delle voci raccolte a Ferrara all’interno del redivivo Teatro Verdi, riaperto durante la tre giorni del Festiva di Internazionale grazie alla raccolta fondi organizzata dal programma Città della cultura / Cultura della città.

Foto di Lucia Ligniti

La storia di questo spazio è lunga e complessa, la sua prolungata chiusura ha sollevato in città non poche polemiche. Gli oltre trent’anni di abbandono non passano inosservati: l’interno è stato ripulito dal guano ma i piccioni ormai si sentono a casa, si posano vicino agli amplificatori installati in occasione della manifestazione, per niente intimoriti dalla voce di sindaci, assessori ed esperti che riverbera a tre centimetri dal loro cranio. La pioggia filtra dalla copertura, ed è meglio scegliere con cura l’angolino dove sostare per quattro chiacchiere e un caffè. Soffuse luci violette illuminano il ballatoio svuotato dei palchi, la muratura grezza, i tramezzi a vista. Durante le tavole rotonde la voce dei relatori rimbomba e si distorce, chi ascolta restando nella zona dove una volta era situato il palcoscenico nemmeno riesce a vedere chi parla, seduto dove una volta si trovava la platea. La voce di dio? L’atmosfera è surreale, ricorda a tratti il condominio sventrato dove si nasconde Pris, biondissima e inquietante replicante di Blade Runner. Della vita che per tanti anni ha attraversato questo spazio resta traccia giusto in qualche colonna decorata.

Vecchie locandine recuperate ammorbidiscono la desolazione. “Uno show elettrizzante, elegante, con vedette di fama internazionale”. “Indovina chi si spoglia stasera?”. “Sullo schermo importante film”, didascalia scritta in piccolo e in fondo, sotto l’immagine di curvilinee pin-up. Un piccolo forellino all’interno di un pannello di legno invita al voyeurismo. Per spiarci attraverso bisogna un pochino chinarsi, ci si sente già in imbarazzo. Oltre il buco le fotografie originali delle showgirl che passarono dal Verdi negli anni della rivista. Cappellini di strass, un po’di pancetta, niente Photoshop, capezzoli tondi e larghi, mutandine striminzite. Evocativa foto-installazione intitolata “Le luci della ribalta”, progettata da Claudio Mazzacurati.

Vicino all’ingresso il fotografo Giacomo Brini è a disposizione di chi vuole documentare la propria visita. Cavalletto fisso, inquadratura fissa, colleziona i volti dei passanti: di chi entra per scoprire qualcosa di nuovo, di chi entra per riscoprire qualcosa che pensava di aver perduto. Il suo è un progetto artistico in divenire, gli piacerebbe in futuro organizzare con queste immagini una mostra all’interno dello stesso teatro, ma ovviamente non è dato sapere se – una volta conclusa l’esperienza della tre giorni – ci sarà ancora modo di aprire. Motivo in più per proseguire, cavalletto fisso, inquadratura fissa, e immortalare il passaggio.

3 Commenti

  1. zamo scrive:

    sì! Quel luogo merita tanto ed e’ bello conoscerne il suo passato attraverso i ricordi. Sperem!

  2. adino rossi scrive:

    Teatro vVerdi Pescherie Vecchie 40 anni fa quando Ferrara sembrava l’America

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