Un giorno a casa del dottor Diana suonò il telefono. Era la direttrice sanitaria dell’ADO: “Ho qui il suo curriculum, stiamo cercando un medico. Un palliativista”. Un mese dopo caricava gatti e bagagli lasciandosi il mare alle spalle. “Preparati, vedrai che nebbia” gli dicevano gli amici di Livorno. “Piatta come una tavola, altro che Chianti.” Invece. La città era un incanto: il medioevo che erutta da ogni pietra, l’edera incollata alle fessure, i mattoncini rossi delle case, i lampioni che illuminano vicoli bui e contorti. La sede dell’ ADO di Ferrara – Assistenza Domiciliare Oncologica – evoca tutto tranne un ospedale. Sembra di trovarsi di fronte alla villetta del nonno, con tanto di cancelletto, buca delle lettere all’inglese e giardino con gerani. Al pianterreno gli spazi sono luminosi, le pareti rosa, i divani in stile primo novecento. Le stanze dei pazienti sono dodici, un paziente una stanza, ognuna con un nome di un fiore, dalla A di Anemone alla O di Orchidea. Niente numeri alle porte. Sembra che debba spuntare da un momento all’altro la nonna con il vassoio di tè e biscotti allo zenzero.

Invece arriva lei, Daniela Furiani, la presidente. Perfino le stanghette degli occhiali brillano di luce propria. E’ orgogliosa della sua creatura. Non parla mai di hospice, non le piace, per lei l’ADO è la Casa, la Casa dei ferraresi. Perché senza di loro nemmeno esisterebbe. Tutto, dalla tappezzeria agli arredi delle sale d’aspetto e dei laboratori, dal pianoforte alla terrazza trasformata in sala terapia, dai quadri ai vasi di porcellana, tutto arriva dalle case dei cittadini. L’opera d’arte in corridoio ne è la prova: in una rete di tavolette di legno ci sono i nomi dei primi che hanno contribuito al progetto.  ”E’ la casa dei ferraresi” insiste Furiani “ma a volte se lo dimenticano. Quando organizziamo mercatini, sfilate e eventi per beneficienza non cerchiamo fondi per un’associazione estranea alla città, chiediamo sostegno per il bene della città stessa. L’ADO è questo, uno spazio per il bene della città.”.

La Casa, infatti, offre il suo sostegno ai malati terminali di cancro dal 1998 senza chiedere indietro un soldo. Tutto gratis. Medicinali e massaggi terapeutici compresi. Non solo medici e infermieri, ma anche psicologi, oss e volontari, offrono assistenza psicologica al paziente e alla sua famiglia, compreso il disbrigo delle pratiche legali e burocratiche. Che differenza c’è tra una struttura ospedaliera e un hospice? “La Casa” spiega la direttrice “è un abbraccio a chi soffre. Non bastano i farmaci. Bisogna ricostruire intorno alla persona qualcosa che evochi la famiglia: questo era quello che volevo. E ci sono riuscita. Non importa che il paziente sia malato, non è una ragione valida per non riempire di senso i propri giorni. Non vogliamo far soffrire nessuno e ci serviamo di ogni mezzo che abbiamo a disposizione, non solo e non per forza con le medicine.” Vuoi assistere un tuo familiare malato nell’ambiente caldo della casa quotidiana, oppure presso l’Hospice di Ferrara? riporta il sito internet (http://www.adohtf.it/). Mio nonno me lo diceva sempre: quando-tocca-a-me-guai-a-levarmi-dal-letto. La maggior parte dei medici, infatti, lavora a domicilio. Il dottor Diana è uno di questi. 

Foto di Astrid Nielsen

Ormai è passato un anno. La sveglia suona alle sette nell’appartamento del dottor Diana a due passi dal Duomo. Via Veneziani è a soli dieci minuti di macchina. Il dottore è diretto al primo piano, alla sua scrivania. E’ mattina presto e piove, la primavera è solo sul calendario. Gli infermieri fanno la spola tra l’ufficio e il magazzino dei medicinali,  la caposala distribuisce le consegne, i medici fanno colazione al distributore di merendine. Il tempo di una fiesta e si parte: oggi c’è da coprire via Pomposa e Tresigallo.

9.35.  Il dottore suona il campanello, prima casa e secondo caffè della giornata. Come inizia una visita di solito? Il medico sorride: “Prima di ogni cosa, chiedo al paziente come sta, parlo coi familiari e solo dopo inizio con le solite cose: misuro la pressione, il  polso (ausculto il torace, palpo l’addome….)”. Ascoltare è una cosa così semplice eppure qualcuno non c’era mai riuscito.  “E spesso il tuo lavoro è tutto lì” dice Diana. “Basta la mia presenza a volte, non c’è sempre bisogno di interventi farmacologici particolari, ma di sentire che c’è qualcuno accanto a prendersi cura di te”. L’ascolto non ha niente di passivo: è un esercizio attivo. Riuscire a far parlare il paziente di sé non è sempre facile, bisogna tenere mente e ego sgombri. I pazienti hanno sempre molto da dire: non solo del loro male, che ormai è il loro presente, ma soprattutto, del loro passato. Di quando erano giovani e il sole faceva girare i raggi della bicicletta, dei coni gelato leccati in piazza con la fidanzata. Che la parola sia curativa, da Freud in poi non è una sorpresa. Cosa si dice, ma, soprattutto, come.

Un tono dolce e rassicurante, a volte, vale più di dieci gocce di valium. Le parole non sono mai neutre, possono calmare e allarmare, sta a noi scegliere quelle più rassicuranti. Ogni cosa è importante: anche i gesti trasmettono angosce e emozioni. “Non puoi leggere i referti degli esami scuotendo la testa o aggrottando le sopracciglia, come fanno certi medici” si sfoga. “Il contatto umano è troppo spesso trascurato dai dottori, anche dai migliori. Tenere la mano, accarezzare la testa possono essere decisivi in questo stadio. Il tocco, anche superficiale, può stimolare una reazione fisiologica positiva antalgica, cioè antidolorifica. Bastano pochi secondi a volte.” La medicina a misura d’uomo, insomma, e a misura di torta. La tenerina per esempio. Quando il dott. Diana torna dal lavoro la domanda giusta non è mai “Com’è andata oggi al lavoro?” ma “Cosa mi hai portato stavolta?”. Sì, perché un conto è tornare a casa soddisfatti, del proprio lavoro, un altro è tornare con torte tenerina ripiene di burro, barattoli di marmellata fatta in casa, salumi fatti in casa, liquori e vini. Sono tutti grazie. Di chi non ha altro da fare che aspettare. Aspettare sta diventando la mia occupazione principale, dicono alcuni. Il tempo è veloce quando non glielo si chiede, ma si trascina come un vecchio con le ciabatte quando battiamo i pugni.

Hai qualche paziente che non riesci a toglierti di mente? Sì. L’ Ex insegnante novantenne che vive nei libri, per esempio. Quando mi vedeva le si illuminavano gli occhi, mi ripeteva come sei bello, come sei bello… A volte innesco un processo affettivo famigliare, specie tra le signore più anziane. Sono come il loro nipotino. A guardare i suoi occhi calmi e azzurri e il suo sorriso da adolescente non è difficile credergli. E’ ormai mezzogiorno e siamo già alla quinta visita. Giusto il tempo di un piatto di gnocchi mangiato in piedi nella cucina dell’hospice. Ancora un’altra visita e potrà riposarsi. C’è ancora un po’ di tempo prima della reperibilità notturna.

4 Commenti

  1. Daniela Furiani scrive:

    Grazie siete stati molto bravi ancora Grazie
    Verrà pubblicato il vostro articolo nel giornalino ADO

  2. Sara Macchi scrive:

    Grazie a lei per la gentilezza e per la storia.

  3. doretta chendi scrive:

    Grazie, per avermi fatto conoscere come rendete meno triste ed angoscioso “aspettare” , come capite l’importanza degli sguardi e dei piccoli gesti; grazie ad un Dottore che sa ascoltare, senza camice e senza ego prepotente.

  4. Sara Macchi scrive:

    Bello leggere queste testimonianze. Grazie Doretta.

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